Analisi diagnostiche

Diagnostica fitopatologia, Relazione d'attività 2014

Autore: Dr. Luis Lindner

Nel laboratorio di virologia e diagnostica fitopatologica del Centro per la Sperimentazione Agraria e Forestale di Laimburg, nell'anno di riferimento sono stati esaminati 400 campioni vegetali per la diagnosi delle alterazioni dovute a microrganismi patogeni per le piante. I campioni provenivano da pomacee, drupacee, vite, piante ornamentali e ortive. Di seguito sono riportati alcuni casi ritenuti particolarmente interessanti, sia per la rilevanza economica, sia per la loro particolarità o novità.

Colpo di fuoco batterico

Se con una decina di casi d'infezione da colpo di fuoco batterico l'annata 2013 è stata archiviata come tranquilla, parimenti la situazione nell'anno di riferimento con i 25 casi accertati, dei quali uno riconducibile ad un infezione avvenuta nell'anno precedente, potrà ugualmente definirsi come accettabile.Il primo caso scoperto del 2014 era dovuto a cancri alla corteccia, che si erano attivati nel corso della primavera con la ripresa vegetativa. Si trattava di un impianto di cv. Cripps Pink locato nel comune di Bolzano (Gries), già colpito dall'infezione batterica l'anno precedente. Le piante colpite dall'infezione sono state tutte eliminate. Il primo vero caso nell'anno di riferimento risale al 5 di giugno, scoperto in un meleto messo a dimora lo stesso anno. Si trattava di melo cv. CIV323 (Isaaq®) nel comune di Laives (San Giacomo). L'infezione è stata di tipo fiorale e ha colpito un centinaio di piante le quali, grazie alla tempestività della scoperta, hanno potuto essere salvate con la potatura di risanamento. Nel mese di giugno vi sono stati poi altri nove casi, verificatisi tutti in impianti con messa a dimora in primavera; nel dettaglio si trattava di: un impianto cv. Cripps Pink nella zona di Settequerce (Terlano) dove si erano infettate un centinaio di piante, a Vilpiano (Terlano) è stato colpito un impianto della cv. Braeburn, ad Andriano un meleto della cv. Nicoter (Kanzi®), a Foiana (Lana) ancora due piante della stessa varietà. A Bronzolo furono scoperte infette quindici piante di cv. Cripps Pink mentre a Prato allo Stelvio e a Tarces (Laces) sono stati colpiti dall'infezione batterica per via fiorale tre appezzamenti della cv. Pinova. Nel mese di luglio si sono verificati gli ultimi quattordici casi; soprattutto l'alta Valle Venosta (Prato alla Stelvio, Sluderno e Glorenza) fu colpita e la varietà maggiormente interessata dalla batteriosi è stata la cv. Pinova. Agli inizi di luglio c'è stato un caso d'infezione nella cv. Nicoter (Kanzi®) in località Cortaccia e due casi a Tarces (Laces), varietà Pinova e Golden Delicious. Si trattava sempre di piante poste a dimora nel corso della stessa primavera.In totale i casi d'infezione accertati nell'anno sono stati 25. Nella maggior parte dei casi le piante sono state recuperate con la potatura di risanamento o mediante l'asportazione dei rami infetti. Tutte le informazioni qui riportate provengono dal Centro di Consulenza per la Frutti-Viticoltura dell'Alto Adige e dal Servizio Fitosanitario della Provincia di Bolzano (Tabella 1 e Tabella 2).
Presso il laboratorio fitodiagnostico del Centro per la Sperimentazione Agraria e Forestale di Laimburg, nel 2014 sono stati esaminati per sospetto colpo di fuoco batterico solamente cinque campioni e solo uno di questi è risultato positivo ai saggi per Erwinia amylovora. L'esiguo numero dei campioni è dovuto al fatto che i sintomi erano talmente evidenti e caratteristici per il colpo di fuoco batterico da rendere superfluo l'esame di laboratorio.

Il "marciume nero estivo" del melo in Alto Adige

Mele della cv. Nicoter (Kanzi®) e cv. Fuji pendenti in pianta e provenienti dalle località Laives e San Giacomo/Agruzzo in Bassa Atesina presentavano nel mese di ottobre sintomi che ricordavano le "chiazzature lenticellari" indotte dal fungo Ramularia eucalypti (si veda in 'Diagnostica 2013'). Identici sintomi erano presenti anche in mele cv. Gala già a fine di agosto provenienti dalla provincia di Pordenone (Friuli Venezia Giulia). I sintomi erano caratterizzati da numerose piccole lesioni sempre centrate sulle lenticelle di colore nerastro ma dalla buccia alterata e dalla sottostante polpa necrotica non è stato possibile isolare Ramularia eucalypti quale responsabile di queste chiazzature, bensì il fungo deuteromicetico Sphaeropsis malorum come unico agente fitopatogeno. Si tratta del noto agente causale di un cancro alla corteccia del melo, assai diffuso in Alto Adige. Nel 2009 è stato anche causa di numerosi casi di marciume del cuore della mela nella cv. Fuji ("wet apple core rot"). In veste di agente di un marciume del frutto per infezione dalle lenticelle, fu rilevato una sola volta nel 2009, in un campione di mele cv. Granny Smith da coltivazione biologica. Nell'anno di riferimento il quadro sintomatico nei campioni di mela era caratterizzato da necrosi alle lenticelle, circondate da una chiazza color marrone chiaro e con buccia leggermente infossata (Foto 1). La polpa sottostante la zona colpita era di colore nero, di consistenza suberosa e secca, a volte anche marcescente di colore chiaro e di consistenza acquosa (Foto 2). Sintomi di questo genere sono stati descritti per mele biologiche coltivate in Germania nella Niederelbe, in Olanda e in Belgio (Weber et al, Ökologischer Obstbau 63∙2/2008), a cui è stato dato il nome di "Schwarze Sommerfäule", che tradotto significa "marciume nero estivo". L'agente responsabile di tale alterazione è il micete Diplodia seriata (sin. Sphaeropsis malorum; f. asc. Botryosphaeria obtusa (Foto 3). Si tratta quindi dello stesso organismo fungino isolato dai nostri campioni di mela ed è anche lo stesso che nel 2009 è stato causa di un marciume acquoso del cuore nelle mele Fuji. (si veda in Frutta e Vite 6/2009: 250-252). Il "marciume nero estivo" nei campioni Nicoter (Kanzi®) e Fuji ha colpito un'area geograficamente ristretta, sebbene l'agente fungino sia diffuso in tutte le aree coltivate a melo dell'Alto Adige, dove è uno dei principali agenti di cancro corticale. Sphaeropsis malorum colonizza infatti la corteccia del tronco e del portainnesto di melo, soprattutto nel punto d'innesto, dove assume le caratteristiche di parassita di debolezza o di ferita, e che diventa virulento solitamente a condizione che la corteccia venga preventivamente lesionata da fattori abiotici quali il gelo o la siccità. Nel ruolo di agente di cancro corticale, il micete si presenta solitamente come unico patogeno sui tagli da potatura, nelle lesioni meccaniche o nei punti di abscissione delle foglie e dei frutti. Il danno alla corteccia rimane solitamente delimitato alla superficie, ma sulle aree colonizzate si formano un gran numero di corpi fruttiferi (picnidi) (Foto 4) dai quali in presenza di umidità, sgorgano moltissimi conidi infettanti (Foto 5). Questi conidi erano evidentemente in grado d'infettare le lenticelle delle mele pendenti in pianta nelle zone interessate dalla nuova fitopatia. Al momento non è chiaro se ciò sia stato possibile per via di una particolare virulenza dei propaguli nei confronti dei frutti di mela, oppure se il danno sia la conseguenza di una insufficiente difesa fitosanitaria o per la presenza di lesioni alle lenticelle dovute a qualche agente nocivo.

“Chiazze suberose” su mele con associato Cladosporium sp.

Nel 2013 sono state osservate delle chiazze suberose in mele cv. Topaz x Coop 38, una nuova varietà resistente alla ticchiolatura ottenuta da incrocio presso il Centro per la Sperimentazione Agraria e Forestale di Laimburg. Il danno è caratterizzato da chiazze epidermiche di colore marrone e di forma circolare, aventi dimensioni variabili da 1 a 1,5 centimetri. La buccia mostra delle fini screpolature e spaccature superficiali nelle aree lesionate, di consistenza suberosa, a volte assumendo la figura di una stella (Foto 6). Sostanzialmente si tratta di aree costituite da periderma cicatriziale. Le chiazze sono spesso delimitate da una buccia di colore scuro a forma di anello. Il danno non va mai ad interessare lo strato profondo dell'esocarpo e non evolve mai in marciume della polpa (Foto 7).
All'indagine microscopica si notava sulle aree della buccia colpita un micelio fungino con presenza di numerose ife conidiofore (ramoconidi) erompenti dalle numerose microfratture ivi presenti. I conidiofori sono allungati, di colore marrone perché melanizzati, a portamento eretto (Foto 8). In prossimità dei conidiofori vi erano dei conidi unicellulari o unisettati, aventi morfologia claviforme oppure ovoidale compressa, appuntiti ad un polo con l'altra estremità tronca. L'insieme ricordava per tutto la morfologia tipica del genere Cladosporium (Foto 9).
Per l'isolamento della microflora dalle 'chiazze suberose', le mele sono state lavate delicatamente e gli espianti di buccia portati in sterilità sul Potato Dextrose Agar (PDA) e su PDA acidificato a pH 3,5. Al termine dell'incubazione fatta al buio, si sono ottenuti dagli espianti diverse colonie appartenenti a funghi e lieviti. I funghi sono stati classificati in base alle loro caratteristiche morfologiche (Foto 10). Nella maggior parte dei casi si trattava dei generi Alternaria, Phoma e Fusarium, con colonie caratterizzate tutte da rapida crescita su terreno nutritivo artificiale. Si sono potute individuare anche delle colonie aventi le caratteristiche del genere Cladosporium, caratterizzate da una crescita estremamente lenta in piastra tanto da essere sopraffatte di norma dalle altre colonie a crescita rapida. Le colonie, presumibilmente del genere Cladosporium, si presentavano uniformemente colorate di verde oliva e alcune sono state isolate e purificate su PDA per la successiva identificazione con metodi molecolari. Ad ogni modo molte erano le caratteristiche del genere Cladosporium quali la presenza di ramoconidi primari e secondari, melanizzati, provvisti di ramoconidi secondari e di appendici terminali (denticuli). I conidi intercalari erano unisettati (lunghezza media 11-12 μm) e i conidi terminali erano acropleurogeni del tipo apiculato, a forma di limone (5-7 x 3-5 μm) e disposti in catenelle (Foto 11). L'aspetto suberoso delle chiazze sulla buccia è dovuto al tessuto peridermico che si è formato per la lesione allo strato protettivo ceroso della cuticola e il tessuto peridermico viene poi visivamente avvertito come 'chiazza suberosa' che ricorda molto le tacche dovute alla ticchiolatura tardiva. Fosse stata riconducibile ad un agente biotico, allora la microflora epifita avrebbe dovuto avere un'attività enzimatica tale da intaccare lo strato cuticolare protettivo dell'epidermide. Sono stati fatti quindi alcuni saggi enzimatici, allo scopo di valutare la capacità per alcuni isolati di Cladosporium: di intaccare le sostanze pectiche per mezzo di enzimi pectolitici (pectinliasi - PL) e pectinolitici (poligatturonasi – PG), di idrolizzare le sostanze proteiche con enzimi proteolitici e di idrolizzare le sostanze lipidiche mediante gli enzimi lipolitici. I saggi hanno rilevato per questi isolati una buona attività enzimatica in relazione alla Poligalatturonasi e Lipasi e una discreta attività per Pectinliasi e Proteasi (Foto 12). Non è la prima volta che al Centro di Laimburg vengono esaminate mele affette da "chiazzatura suberosa", come rilevato sulle mele di varietà ibrida Topaz x Coop 38. Il primo campione era del 2008, proveniente da agricoltura biologica dalla provincia di Brescia; si trattava della varietà resistente alla ticchiolatura GoldRush® (Coop 38) (Foto 13). L'anno seguente ancora un campione cv. GoldRush®, proveniente dalla provincia di Trento, con sintomi accentuati all'epoca della raccolta. In Alto Adige mele con "chiazzature suberose" furono scoperte per la prima volta nel 2010; si trattava della cv. Topaz proveniente da un impianto a conduzione biologica in località Salorno (Foto 14). Successivamente, nel 2012, gli stessi sintomi furono rilevati in mele GoldRush® in un impianto in zona piuttosto umida locata nel comune di Caldaro mentre, nel  2013, interessavano mele della nuova varietà Topaz x Coop 38 nel frutteto sperimentale per nuovi incroci di Terlano. Nel 2014 ci è stato consegnato anche un campione di mele cv. CIVG198 (Modì®) proveniente dall'Emilia Romagna. L'identificazione molecolare ha interessato due isolati fungini da "chiazzatura suberosa" sulle mele dell'incrocio Topaz x Coop 38 e due isolati dal campione CIVG198 (Modì®) proveniente dall'Emilia Romagna. A confronto, sono stati processati anche tre isolati di Cladosporium ottenuti invece dalle lenticelle necrotiche in mele Golden Delicious. L'analisi del DNA dei frammenti del gene per actina (act) e del 'Translation Elongation Factor' 1-α (tef1), hanno portato all'identico risultato per i due segmenti di DNA analizzati ovvero: Cladosporium cladosporioides per gli isolati da cv. Topaz x Coop 38 e Cladosporium pseudocladosporioides per i due isolati dalla cv. CIVG198 (Modì®). L'identificazione dei tre isolati di Cladosporium messi a confronto, ha dato come risultato in due casi Cladosporium cf. cladosporioides e in un caso Cladosporium bruhnei. Al momento, l'alterazione della buccia della mela da noi indicata come "chiazzatura suberosa" riveste un ruolo piuttosto marginale nell'ambito delle nuove fitopatie, inoltre sembra interessare solamente varietà di melo resistenti alla ticchiolatura. Per quanto riguarda l'attività enzimatica come si è visto nei diversi saggi enzimatici comparativi, i Cladosporium spp. associati all'alterazione della "chiazzatura suberosa" divergono di poco dai Cladosporium spp. isolati dalle lenticelle necrosate. Sono necessari naturalmente ulteriori studi riguardanti la biologia e il modo d'azione di questi Cladosporium spp. associati alla "chiazza suberosa", per capire il meccanismo d'azione che sta alla base a questa nuova alterazione della buccia di mela.

Diagnostica fitopatologica, Relazione d'attività 2013

Autore: Dr. Luis Lindner

Nel laboratorio di virologia e diagnostica fitopatologica presso il Centro per la Sperimentazione Agraria e Forestale di Laimburg, nell'anno di riferimento si sono fatti 448 esami diagnostici su campioni vegetali per via di alterazioni dovute ad agenti di malattie nelle piante. I campioni provenivano da pomacee, drupacee, vite, piante ornamentali ed ortive. Di seguito si segnalano alcuni casi da noi ritenuti particolarmente interessanti, sia per rilevanza economica che per la loro particolarità o novità.

Colpo di fuoco batterico

Dopo l'annata da record del 2011 con un totale di 954 casi di colpo di fuoco batterico ufficialmente dichiarati, nell'anno 2012 sono stati solamente 116 i casi accertati. Rimaneva preoccupante però il fatto che questi casi si fossero manifestati sull'intero territorio altoatesino. Ciò può significare che in condizioni climatiche favorevoli al batterio durante la fioritura, la malattia potrebbe presentarsi in qualsiasi momento e comparire ovunque. Con ansia si attendeva a ciò che avrebbe portato il 2013.

Climaticamente il mese di gennaio 2013 è stato caratterizzato da temperature miti con precipitazioni mal distribuite sul territorio altoatesino. Poi ad un mese di febbraio piuttosto freddo e secco, ha fatto seguito marzo ugualmente molto freddo ma contrassegnato da abbondanti precipitazioni. Ad aprile in tutto l'Alto Adige, le temperature giornaliere sono state superiori di quasi 1,5 °C rispetto alla media stagionale. Ciò ha favorito una fioritura anticipata nel fondovalle nei comprensori di Bolzano, Val d'Adige, Burgraviato e Bassa Atesina. Il rischio d'infezione batterica è stato generalmente alto durante tutta la fioritura, dato che le temperature medie giornaliere sono state superiori ai 15,6 °C necessari per l'infezione.

I primi casi dell'anno datano il 18 di maggio. Si trattava di quattro casi scoperti nel comune di Bolzano in località Gries-San Maurizio, in impianti di melo cv. Cripps Pink in produzione. Al momento della scoperta i sintomi erano già molto evidenti e riconducibili all'evento infettivo del 20 aprile. Un altro caso fu scoperto nel comune di Terlano in due piante cv. Golden Delicious in un impianto in produzione. Sul finire del mese di maggio, le piante colpite furono 70 e 6 i casi d'infezione. Come misura di profilassi fu imposta l'asportazione e la distruzione delle parti sintomatiche delle piante colpite. Nella prima metà di maggio ci sono state diverse giornate con delle condizioni climatiche favorevoli all'infezione. Il 31 maggio nel comprensorio di Merano è stata rilevata l'infezione fiorale in una singola pianta della cv. Cripps Pink posta in un impianto appena messo a dimora. Non ci sono stati in seguito altri casi fino alla prima metà di luglio, quando la batteriosi è stata scoperta in una pianta di cotogno all'interno di un giardino privato nel comune di Bolzano (Gries). Sempre in un giardino privato ma a Meltina, la batteriosi aveva anche colpito una singola pianta di pero. Agli inizi d'agosto in Valle Venosta in località Tarces, comune di Laces, fu registrato il nono caso dell'anno in un impianto di mele cv. Pinova messo a dimora nella primavera dello stesso anno. E' stato necessario in quel caso eliminare 154 piante a causa della gravità dell'infezione. Il decimo ed ultimo caso dell'anno fu scoperto nel comune di Renon, in frazione Vanga. Si trattava di una vecchia pianta di pero in coltura estensiva. Tutti i casi qui riportati di colpo di fuoco batterico registrati in Alto Adige nel 2013, sono stati notificati dal Servizio Fitosanitario della Provincia Autonoma di Bolzano e dal Centro di Consulenza per la frutticoltura dell'Alto Adige (Tabella 1) (Tabella 2).

Presso il Centro per la Sperimentazione agraria e forestale di Laimburg nel laboratorio per la diagnostica fitopatologica sono stati esaminati nell'anno di riferimento, 39 campioni con sintomi sospetti di colpo di fuoco batterico. Di questi campioni, tre sono stati trovati positivi ai saggi identificativi per il batterio Erwinia amylovora, l'agente causale del colpo di fuoco batterico. L'esiguo numero di campioni esaminati è dovuto al fatto, che le piante ospiti colpite dalla batteriosi erano quasi sempre caratterizzate da sintomi talmente evidenti, da rendere superfluo l'esame confermativo di laboratorio.

Un nuovo tipo di marciume lenticellare della mela

Due partite di mele cv. Golden Delicious della raccolta 2012 provenienti da agricoltura convenzionale, all'apertura della cella di conservazione presentavano sulla buccia molte chiazze centrate sulle lenticelle, di colore bruno nerastro del diametro da 1 a 8 mm (Foto 1). Le mele provenivano da due impianti di fondovalle in località Covelano, frazione di Silandro in Valle Venosta. Le due partite di mele poste in frigoconservazione senza pre-calibratura, erano anche leggermente imbrattate probabilmente per causa di raccolta con tempo piovoso. Il fenomeno della chiazzatura lenticellare abbracciava circa il 50 – 60 % del raccolto, di cui 10 % era stato gravemente colpito. Le chiazze parzialmente necrotiche e leggermente depresse in superficie, avevano la polpa sottostante affetta da marcescenza piuttosto compatta e di colore verdastro, spessa da 2 a 4 mm (Foto 2). Il margine delle chiazze più piccole era a forma lobata; con l'aumentare delle dimensioni, la chiazza diventava ondulata ed infine circolare. La polpa marcescente, all'esame microscopico mostrava ife sottili, verdastre, molto vacuolizzate, permeanti l'intero tessuto necrotico. Un danno simile fu notato anche nel confinante Trentino in mele frigoconservate della varietà Golden Delicious provenienti della Valle di Non e Valsugana. In Trentino il danno assumeva un certo peso economico. Nelle zone di produzione di queste mele vi erano state delle gelate primaverili e al momento della raccolta avvenuta con tempo piovoso, il grado di maturazione dei frutti era disomogeneo e c'era presenza anche di rugginosità, fumaggine e croste puntiformi ('flyspeck'). Il danno da "chiazzatura lenticellare" arrivava fino al 60 % del raccolto.

Si richiedeva a questo punto un'indagine approfondita per tentare di scoprire l'origine del danno. Con l'analisi microbiologica è spesso possibile discernere un danno per causa microbica da un danno da fisiopatia. Le mele provenienti dall'Alto Adige e dal confinante Trentino sono state suddivise sulla base alla gravità del danno, separando le mele affette da chiazze piccole da quelle con chiazze più grandi e con polpa sottostante alterata in profondità. Le chiazze più piccole presentavano sotto la buccia uno strato sottile costituito da cellule morte. Da questo strato necrotico non sempre è stato possibile isolare dei microrganismi, e, qualora presenti, si trattava per lo più di funghi del genere Alternaria o Penicillium, presumibilmente qui nel ruolo di saprofiti opportunisti. Dalle chiazze più grandi era stato possibile isolare dei miceti caratterizzati da colonie d'identica morfologia nei vari isolamenti. La caratteristica preminente di questo particolare fungo è l'estrema lentezza di crescita sul substrato nutritivo artificiale (PDA). Il micete ha colonia molto compatta e di colore bianco verdastro (Foto 3). In tempi assai rapidi fanno la comparsa in gran numero i conidi limoniformi, disposti in successione a formare delle catenelle, su conidiofori tipicamente ramificati (Foto 4 e Foto 5). Data una certa somiglianza con il genere Cladosporium, questi isolati sono stati provvisoriamente denominati 'Cladosporium-simili' e portati in purezza per una futura identificazione.

Danni da 'chiazzatura lenticellare' a fine conservazione erano stati già notati nel 2005, in mele Golden Delicious provenienti da coltivazione biologica di Nalles (Bolzano). Pure in quel caso era stato isolato un fungo 'Cladosporium-simile'. Poi nel 2012, sempre in mele Golden Delicious biologiche ma dalla Bassa Atesina, nuovamente la comparsa di danni da 'chiazzatura lenticellare' con associato fungo 'Cladosporium-simile'. Si trattava di mele da tre diversi appezzamenti e il danno interessava l'intero il raccolto. Nello stesso anno il problema anche in mele cv. Braeburn e Rosy Glow da agricoltura integrata. In questi campioni, oltre ai lieviti e batteri non identificati, vi era presenza di funghi del genere Penicillium e Cladosporium oltre che il fungo 'Cladosporium-simile'. Gli isolamenti sul terreno PDA acidificato (pH 3,5) permettevano l'isolamento quasi in purezza del fungo 'Cladosporium-simile'. Evidentemente quest'ultimo tollera bene un substrato acidificato, a differenza d'altre specie di miceti eventualmente presenti sul tessuto alterato. Isolamenti su substrato a pH neutro portano alla crescita di altri funghi in grado di sopprimere il fungo  'Cladosporium-simile'. Con degli isolati del 2012 e del 2013 si è operato il saggio di patogenicità con mele Golden Delicious mature. Nel corso di questi saggi non è stato possibile indurre, con i nostri isolati fungini, alcuna alterazione nei frutti inoculati artificialmente.

Il fungo 'Cladosporium-simile' è stato identificato con l'analisi molecolare presso il Centro per la Sperimentazione Agraria di Laimburg (Dott. Andreas Gallmetzer). Sono stati analizzati tre isolati fungini ottenuti con gli isolamenti del 2012 da campioni altoatesini, e tre isolati da campioni del 2013 dei quali due erano Trentini ed uno Altoatesino. E' stata amplificata con PCR la regione ITS (primer ITS 4/5), e la regione 28S del DNA ribosomale (primer NL1/4); le sequenze ottenute sono state comparate con le sequenze in banca dati "NCBI nucleotide blast". Il risultato è stato identico per tutti gli isolati 'Cladosporium-simili' ovvero una corrispondenza del 100 % per la regione ITS e del 99 al 100 % per la regione 28S del DNA ribosomale per la specie fungina Ramularia eucalypti Crous (Deuteromycetes, Hyphales, Tuberculariaceae).

Ramularia eucalypti nel ruolo d'agente d'infezione nel melo era stato descritto per la prima volta nel 2012 da Gianetti et al. sulla rivista "L'Informatore Agrario (9/2012: 72-73). Le mele colpite erano della cv. Ambrosia provenienti dal comune Centallo (Cuneo) e presentavano all'apertura della cella di conservazione sulla buccia numerosissime chiazze da brune a nerastre. Il micete presente sulle chiazze è stato isolato nel laboratorio del Servizio Fitosanitario della Regione Piemonte e consegnato per l'identificazione al "Centraalbureau voor Schimmelcultures" (Utrecht, Olanda). Risultò trattarsi di Ramularia eucalypti Crous 'species nova'.

Questo fungo fu scoperto e classificato per la prima volta nel 2007 da Crous et al., quando si rese responsabile di gravi danni alle foglie con filloptosi nella specie arborea Eucalyptus spathulata v. grandiflora nelle località di Norchia e di Viterbo nella Regione Lazio. Ramularia sta in rapporto metagenetico con l'ascomicete Mycosphaerella ed è causa di necrosi fogliari ('Mycosphaerella leaf spots'). Dalla pianta ospite 'Eucaliptus', Ramularia ha preso il nome della specie. Gianetti et al. hanno riportato anche dei danni alle foglie di melo Ambrosia (Foto 6) ed è quindi ragionevole pensare, che i conidi rilasciati dalle necrosi fogliari vadano poi ad infettare anche i frutti ancora in campo, mentre il danno in forma di 'chiazze lenticellari' sarà visibile al termine della fase di conservazione. Gli Autori sono stati in grado anche d'indurre un marciume nei frutti della cv. Ambrosia mediante l'inoculazione artificiale. Gli Autori hanno segnalato anche dei danni a fine conservazione alle pere cv. Conference prodotte nel 2012 in provincia di Cuneo (Piemonte), nei comuni di Saluzzo, Savigliano e Scarnafigi. La comparsa di una fitopatia inedita in una varietà di pero da tempo coltivata in Piemonte, a giudizio degli autori potrebbe essere dovuta alla progressiva rinuncia di certi anticrittogamici ad ampio spettro nella difesa fitosanitaria del pero. Si pensa che il fungo fosse già presente nelle zone interessate dal danno e che abbia potuto gradualmente diffondersi ed affermarsi senza più alcun impedimento.

La particolarità del danno ai frutti, caratterizzato da numerosissime chiazze distribuite sull'intera superficie della mela ed anche la contemporanea presenza sul tessuto alterato di diversi microrganismi fungini e non, ha dato spunto per un'analisi chimica della componente minerale nei campioni provenienti dall'Alto Adige e dal Trentino. Il rapporto K/Ca calcolato sulla base del contenuto in potassio e calcio in questi campioni risultava sempre superiore a 35. In tal caso è alta la probabilità che si possano sviluppare dei danni da fisiopatia alle lenticelle del tipo 'butteratura amara' (bitter pit) o plara, ed è anche alta la suscettibilità alle alterazioni microrganiche di post-raccolta. Dal momento che con gli isolati fungini di R. eucalypti ottenuti dai campioni di mela provenienti dall'Alto Adige e dal Trentino non è stato possibile indurre alcuna alterazione nelle mele inoculate artificialmente, si ritiene non si possa escludere, nei casi in questione, un'alterazione alle lenticelle di tipo fisiologico, quale causa principale del danno. Ramularia eucalypti in questo caso rivestirebbe un ruolo da mero opportunista, in grado ad ogni modo di avvantaggiarsi di un tessuto già lesionato dalla fisiopatia. Rimane comunque singolare il fatto, che dalle chiazze lenticellari di maggiore dimensione e gravità, era proprio questo inedito fungo ad essere maggiormente isolato.

In Piemonte Gianetti et al. hanno ad ogni modo dimostrato che nel melo, la virulenza di R. eucalypti è specificamente legata alla cv. Ambrosia. Il tempo ci dirà se questa nuova specie fungina con il danno in post-raccolta associato, sarà causa di danni economicamente rilevanti nelle varietà di melo coltivate in Alto Adige e nel confinante Trentino. Mancano al momento informazioni sulla biologia e sul comportamento di questo fungo e non si conoscono ancora idonee misure profilattiche atte a contrastare la diffusione di questo micete. Ad ogni modo è vantaggioso soprattutto negli impianti a rischio dove già si è presentato il problema, saper formulare sulla base dell'analisi chimica della componente minerale una prognosi precoce di conservabilità del prodotto, per prevenire eventuali danni di tipo fisiologico quali la plara e la butteratura amara. Andranno inoltre considerati anche altri fattori oltre al rapporto K/Ca, quali ad esempio il contenuto assoluto in Ca, il contenuto degli elementi minerali ed i loro reciproci rapporti, la carica produttiva, il peso per frutto e l'epoca di raccolta.

Un cancro corticale nel melo inedito per l'Alto Adige

Alcuni campioni di melo cv. Fuji e Gala provenienti dalla Bassa Atesina e Valle Venosta con sintomi di disseccamento dei rami sono stati esaminati per una diagnosi del danno. L'alterazione partiva di solito da una ferita da potatura e sulla corteccia ormai disseccata erano presenti numerose pustole di colore rosa - arancione (Foto 7). Si trattava nella fattispecie di corpi fruttiferi (sporodochi) di un fungo deuteromicetico costituiti da conidiofori leggermente ricurvi e fittamente adesi fra loro. Erano presenti anche in gran numero dei conidi ellittico-allungati oppure cilindrici nella forma, leggermente ricurvi e privi di setti, misuranti in media 10 x 3 μm (Foto 8). Le caratteristiche morfologiche permettevano una classificazione presuntiva per Tubercolaria vulgaris (Tode) Fr., forma imperfetta dell'ascomicete Nectria cinnabarina (Tode) Fries. Questo tipo di Nectria in letteratura è considerato un saprofita, comunque in grado di colonizzare nel ruolo di patogeno di debolezza, rami ed tronchi già in precedenza lesionati da ferite meccaniche, situazioni di stress di tipo fisiologico o da malattie d'altra natura. L'azione parassitaria porta a formazioni cancerose in arbusti e piante ospiti, potendo colonizzare varie specie forestali ed ornamentali comprese pomacee, drupacee e piccoli frutti. Dato che gli anticrittogamici convenzionali non sembrano avere efficacia, a protezione delle ferite da potatura si consiglia di impiegare dei mastici cicatrizzanti.

Il comportamento di questo fungo parassita è alquanto singolare. I conidi penetrati attraverso una ferita infettano il cilindro legnoso colonizzandolo. Lo xilema viene danneggiato per la formazione di tilli, che occludendo i vasi conduttori portano alla morte il contiguo tessuto parenchimatico che andrà ad assumere una colorazione marrone. Il fungo permane vitale nel cilindro legnoso dove vive e si diffonde a spese delle sostanze di riserva idrocarboniose, eccetto la lignina. La corteccia rimane in un primo momento indenne ma a volte, per effetto di una forte reazione di difesa della pianta, andrà a formarsi a livello del punto di penetrazione del patogeno un abnorme callo di cicatrizzazione. Con l'andare del tempo si arriva infine al disseccamento della corteccia e tra le fessurazioni del periderma compaiono gli sporodochi sotto forma di pustole e potranno formarsi anche i periteci della forma perfetta del fungo. Si tratta rispettivamente dei corpi fruttiferi della forma asessuata Tubercularia vulgaris con conidiofori ramificati e leggermente ricurvi, e dei corpi fruttiferi (periteci) della forma sessuata dell'ascomicete Nectria cinnabarina.

I conidi rilevati sui campioni Altoatesini erano in realtà di misura leggermente più grande (10 x 3 μm) di quelli indicati per T. vulgaris (5-7 x 2-3 μm). Nei casi da noi esaminati potrebbe trattarsi presumibilmente della specie Tubercularia piricola Marchal. Questo fungo è noto come agente di marciumi in conservazione su mele e pere nelle aree frutticole Nord-Europee. Non è possibile prevedere al momento se questo agente di cancro della corteccia, rilevato per la prima volta in Alto Adige, andrà a rivestire rilevanza economica nella nostra frutticoltura come agente di marciume dei frutti in post-raccolta.

In Europa nel corso degli ultimi anni hanno fatto la comparsa diverse nuove patologie di natura crittogamica in molte aree coltivate a melo, con conseguenti danni sia alla pianta che ai frutti. Si ricorda qui ad esempio la filloptosi da Marssonina coronaria; il marciume del cuore delle mele da Sphaeropsis malorum; in determinate aree frutticole della Germania è comparso il "marciume della gomma" delle mele ('Gummifäule') causate dal fungo Phacidiopycnis washingtonensis ed in alcune zone frutticole del Nord Italia la "chiazzatura lenticellare" nelle mele e pere con l'associata Ramularia eucalypti, come qui sopra riportato. Per tutti questi casi sorge la domanda, se questi "nuovi" agenti patogeni siano da considerarsi di recente introduzione e quindi neomiceti invasivi, oppure tutti questi microrganismi sono da sempre presenti sul territorio ma in una forma non patogena per le specie coltivate, e che per effetto di certe modificazioni ambientali avvenute nel corso degli ultimi anni (riscaldamento climatico, cambiamenti nelle misure fitoiatriche), oppure per effetto di modificazioni nel loro patrimonio genetico (mutazione genetica) hanno saputo esprimere delle sottospecie dotate di specifica virulenza (pathovar).

Diagnostica fitopatologica, Relazione d'attività 2012

Autore: Dr. Luis Lindner

Nell'anno di riferimento sono stati esaminati presso il laboratorio di virologia e diagnostica del Centro per la Sperimentazione Agraria e Forestale di Laimburg, 671 campioni per la diagnosi delle alterazioni dovute ad agenti di malattia nei vegetali. I campioni provenivano da pomacee, drupacee, vite, piante ornamentali e ortive. Qui di seguito sono riportati alcuni casi che noi riteniamo particolarmente interessanti, per rilevanza economica o per la loro particolarità o novità.

Colpo di fuoco batterico

Dopo 945 casi di colpo di fuoco batterico registrati nel 2011 in Alto Adige, era da prevedere nell'anno di riferimento una maggiore carica d'inoculo, nonostante l'accurata opera di pulizia da parte dei frutticoltori che hanno eliminato tutte le parti infette dalle piante o le hanno addirittura estirpate. Da parte del Servizio Fitosanitario provinciale c'è stato il controllo dei frutteti colpiti dall'infezione, per rilevare eventuali cancri corticali causati dalla batteriosi. Nei mesi di marzo e aprile, pertanto ancor prima del periodo della piena fioritura, in varie zone frutticole sono stati, in effetti, individuati 18 casi di cancro corticale causato da Erwinia amylovora su un totale di 53 campioni analizzati per sintomi da necrosi corticale.

Il primo caso dell'anno è stato scoperto il 18 maggio nel comune di Magrè nella Bassa Atesina. Si trattava di una singola pianta di melo tra 2.000 piante poco prima messe a dimora della varietà Cripps Pink, colpita da infezione fiorale. Va fatto notare che in questa zona non si era registrato alcun caso di colpo di fuoco batterico nell'anno precedente. Sono seguiti altri casi nei comuni di Nalles e Caldaro, sempre dovuti ad infezioni fiorali. Verso la fine del mese, altri casi si sono verificati nella zona di Merano-Maia Alta dove è stato scoperto un vero focolaio d'infezione: nelle vicinanze di un arbusto di biancospino gravemente colpito sono state individuate tre piante di melo della cv. Cripps Pink con evidenti sintomi da batteriosi, poste nelle vicinanze di arbusti di biancospino, di una pianta di cotogno e una di pero parimenti colpiti.

Nel mese di giugno sono stati scoperti ulteriori 40 casi. Si trattava soprattutto di frutteti messi a dimora in primavera, locati in quasi tutte le aree coltivate a melo dell'Alto Adige.

Nel mese di luglio altri 40 casi, verificatisi soprattutto nelle aree di produzione poste in altitudine, precisamente in alta Valle Venosta e in Valle d'Isarco. A Vipiteno e a Gais in Val Pusteria sono state individuate piante infette anche in diversi giardini e orti privati (nespolo, biancospino, cotogno, pero), piante che sono state immediatamente estirpate. Nel mese d'agosto, infine, sono stati rilevati gli ultimi tre casi dell'anno: si trattava di vecchie piante di pero in coltura estensiva.

In Alto Adige nell'anno 2012 sono stati registrati 115 casi di colpo di fuoco batterico; i 18 casi riferiti a cancro corticale scoperti in primavera andrebbero però più correttamente conteggiati tra le infezioni del 2011 (Tabella 1). Le piante colpite dalla batteriosi sono state ca. 4.700, di cui 750 sono state estirpate e bruciate. Le infezioni sono state principalmente di tipo fiorale e 66 sono stati i casi registrati negli impianti di melo messi a dimora nello stesso anno. Il numero dei casi ed il numero delle piante estirpate sono circa un decimo rispetto a quanto registrato l'anno precedente. Il motivo va probabilmente ricercato nelle sfavorevoli condizioni climatiche durante la fioritura per un'infezione, dal momento che a Pasqua c'era stato un sensibile abbassamento delle temperature, con neve in montagna e gelate nel fondovalle. Inoltre, la profilassi eseguita dagli agricoltori nei frutteti colpiti nell'anno precedente, ha comportato verosimilmente una diminuzione dell'inoculo circolante. E' comunque preoccupante il fatto che il colpo di fuoco batterico si sia manifestato praticamente in tutte le aree coltivate a melo in Alto Adige (Tabella 2). Ciò sta a significare, che Erwinia amylovora è endemica e presente su tutto il territorio Altoatesino e con condizioni favorevoli, per esempio durante la fioritura, il processo infettivo potrebbe presentarsi in ogni momento.

Nel laboratorio del Centro per la Sperimentazione Agraria di Laimburg nel corso dell'anno sono stati esaminati 117 campioni per sospetta infezione da colpo di fuoco batterico. Con i prescritti saggi diagnostici, l'agente batterico Erwinia amylovora è stato confermato in 54 campioni.

Il cancro batterico dell'Actinidia (KIWI)

Il cancro batterico dell'actinidia (kiwi) è causato dal batterio Pseudomonas syringae pv. actinidiae (PSA), un agente infettivo di particolare rilevanza nella coltivazione del kiwi. A partire dal 1992 furono segnalati dei casi per lo più sporadici di PSA nella provincia di Latina, regione Lazio, ma in seguito all'introduzione nel 2008 delle varietà a polpa gialla Actinidia chinensis Planchon, le infezioni da cancro batterico nel kiwi sono andate aumentando di numero, tanto da rappresentare ora in Italia una grave minaccia nella coltivazione dell'actinidia. La varietà a polpa verde "Hayward" (Actinidia deliciosa Liang et Ferguson) viene coltivata nel Lazio, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto e Campania, mentre le varietà a polpa gialla Hort 16A e Jin Tao (Actinidia chinensis Planchon) sono coltivate soprattutto nel Lazio ed in Emilia Romagna. Il cancro batterico colpisce ambedue le varietà e si stima che attualmente il 30 % circa degli impianti siano colpiti dalla malattia. Data la pericolosità della malattia e l'importanza che la produzione di kiwi riveste in Italia, con il decreto ministeriale del 7 febbraio 2011 sono state emanate le norme per la prevenzione, il controllo e l’eradicazione del cancro batterico dell’actinidia. Il decreto prevede, fra l'altro, il monitoraggio da parte del Servizio Fitosanitario regionale dei vivai che producono il materiale di moltiplicazione dell'actinidia. Durante un controllo è stato individuato un caso di PSA nel 2011, in un vivaio nella provincia di Pordenone, regione Friuli Venezia Giulia. Diverse piante di questo vivaio della varietà Hayward erano state cedute nel frattempo in vendita a due Garden Center dell'Alto Adige. In seguito alla segnalazione da parte del Servizio Fitosanitario Centrale, i Garden Center sono stati immediatamente controllati ed in uno dei due Garten Center sono state individuate piante con sintomi sospetti. Si trattava di sintomi fogliari in forma di piccole e numerose maculature necrotiche a bordo poligonale, attorniate da un alone clorotico (Foto 1). In data 11.06.2012 è stato prelevato un campione di foglie per un controllo nel laboratorio fitodiagnostico del Centro di Laimburg.

All'indagine microscopica fu subito possibile rilevare la copiosa fuoriuscita di cellule batteriche dal bordo delle necrosi. Batteri in grado di cagionare alterazioni sulle foglie del kiwi possono essere della specie Pseudomonas syringae pv. syringae, P. viridiflava e Pseudomonas syringae pv. actinidiae.

L'isolamento dei batteri fatto su Nutrient Sucrose Agar e King's B Medium Agar ha prodotto sui rispettivi terreni artificiali, colonie morfologicamente somiglianti fra di loro. Alcune di queste sono state purificate sul Nutrient Agar dove hanno le seguenti caratteristiche: colonie levaniformi su Nutrient Sucrose Agar, assenza di pigmenti fluorescenti ma una leggera colorazione giallina che diffonde nel substrato King's B Medium. Nel Nutrient Dextrose Agar le colonie rimangono piccole, con bordo ondulato e colore giallino; nel Nutrient Agar le colonie presentano una migliore crescita. I batteri ai saggi biochimici sono così caratterizzati: Gram negativi, strettamente aerobi, la Catalasi è positiva mentre negativo è il test dell'Ossidasi e dell'Arginina Deidrolasi. Positiva è l'idrolisi della Caseina e dell'Arbutina, la riduzione del Saccarosio; ancora positiva, sebbene debole, è l'idrolisi dell'Esculina. Negativo è stato il saggio della liquefazione della Gelatina, l'idrolisi dell'Amido e del Tween 80, la riduzione dei Nitrati, la presenza dell'Ureasi ed il rammollimento della patata. Negativo, infine, il saggio d'acidificazione di Lattosio e Maltosio.

La risposta dei nostri isolati ai vari saggi biochimici è uguale a quella degli isolati di PSA dell'Italia centrale, come si evince dalle recenti pubblicazioni scientifiche e parimenti differiscono, seppur di poco, dai risultati che si ottengono con i classici ceppi di riferimento per Pseudomonas syringae pv. actinidiae (NCPPB 3739, ICMP 9617). Questi ultimi, infatti, rimangono negativi all'idrolisi dell'Arbutina e dell'Esculina, mentre positiva è l'idrolisi del Tween 80. Da un punto di vista epidemiologico, studi recenti riportano come sul territorio italiano vi sono due distinte popolazioni di PSA, ovvero il ceppo J-PSA/I-PSA (Giappone/Italia) responsabile di sporadici casi di cancro batterico nella varietà a polpa verde "Hayward" (Actinidia deliciosa) occorsi in passato, ed il ceppo I2-PSA che è stato introdotto dalla Cina a partire dal 2008 con la varietà a polpa gialla (Actinidia chinensis). I2-PSA sembra essere il risultato di una differente linea evolutiva all'interno della specie, avente come caratteristica l'estrema virulenza. Il ceppo I2-PSA si è nel frattempo stabilmente insediato e diffuso su tutte le aree coltivate a kiwi, colpendo ambedue le specie di actinidia ed è anche responsabile dell'attuale pericolosa diffusione del cancro batterico in Italia. Dal punto di vista genetico I2-PSA è identico al ceppo molto virulento diffusosi in Nuova Zelanda, dove è causa di notevoli danni alla coltivazione del kiwi.

L'Alto Adige con soli ca. 4 ha di superficie coltivata a kiwi e con una produzione media annua di 1.200 q (dati ISTAT), si distingue nettamente dal confinante Trentino, dove la superficie coltivata a kiwi è di 66 ha, rivestendo da un punto di vista economico una ben maggiore importanza. La diffusione della temibile batteriosi in tutto il Nord Italia ha ormai raggiunto livelli preoccupanti, probabilmente anche per l'impiego di materiale di propagazione infetto nell'allestimento di nuovi impianti di kiwi.

Il tumore batterico o rogna della vite

L'agente responsabile di questa malattia è il batterio Agrobacterium vitis che, assieme all'agente del mal nero della vite Xanthomonas ampelina (sin. Xylophilus ampelinus), è tra le principali malattie batteriche in grado di causare talvolta seri danni sia in termini di qualità che di quantità in viticoltura. Al momento attuale, non si è a conoscenza in Alto Adige di casi di mal nero, mentre la rogna della vite si manifesta spesso in vecchi vigneti del fondovalle dopo gelate tardive. Da alcuni anni si registrano anche danni da rogna della vite in vigneti ancora giovani, nel tal caso il materiale di moltiplicazione era verosimilmente costituito da barbatelle già infette in forma latente dalla batteriosi.

Agrobacterium vitis spesso è indicato anche come A. tumefaciens biovar 3 ed è in grado di operare una modificazione genetica nelle cellule parenchimatiche, le quali si trasformano in cellule iperplastiche in conseguenza a fattori di stress, quali gelate, ferite meccaniche o lacerazioni del tronco. Nel caso delle barbatelle, il tumore si forma principalmente in sede d'innesto causando in tal modo gravi anomalie che possono portare addirittura alla morte della vite colpita. Formazioni tumorali lungo il fusto potranno invece indurre, a causa dei vasi conduttori mancanti o gravemente alterati, un rallentamento dello sviluppo, la crescita stentata oltre a sintomi da carenze nutrizionali. Una vite colpita da batteriosi non è risanabile e pertanto - e la cosa viene anche richiesta -  nel caso di materiale di moltiplicazione è fondamentale saper distinguere, attraverso un protocollo diagnostico valido, il tumore indotto dal batterio da un callo cicatriziale abnormemente sviluppato. Non è purtroppo sempre facile riuscire ad isolare l'agente patogeno dalla massa tumorale, operazione in ogni caso necessaria per la sua identificazione. La difficoltà sta nel fatto, che le cellule batteriche di A. vitis sono presenti in numero esiguo nel tessuto tumorale, dove colonizzano per lo più lo strato più esterno del tumore e dove sono anche purtroppo presenti, e spesso in gran numero, vari batteri saprofiti. Con l'avanzare della stagione vegetativa il successo nella diagnosi andrà via via diminuendo e con la progressiva lignificazione della massa tumorale durante l'estate, l'identificazione diventerà pressoché impossibile. In primavera, il successo diagnostico è maggiore qualora si abbia a disposizione un campione con un tumore (galla) appena formato, carnoso e morbido.

Al laboratorio fitodiagnostico di Laimburg è stato consegnato in data 26.07.2012 un campione per sospetta infezione batterica. Si trattava di due viti della varietà Kerner innestate su portinnesto 125 AA, messe a dimora nel 2010, che già nell'anno seguente mostravano delle iperplasie sospette nella sede d'innesto. Nelle formazioni tumorali ormai pressoché del tutto lignificate, vi erano però ancora due masserelle tumorali tenere, verdastre e della grandezza di un pisello, quindi è stato ancora possibile fare un tentativo d'isolamento. Le masserelle, sono state asportate dal tumore lignificato, lavate in acqua tiepida e sapone e accuratamente spazzolate con uno spazzolino a setole morbide. La disinfezione è stata fatta con una soluzione di sodio ipoclorito al 20 %, lasciandole in immersione per 10 minuti in costante agitazione e poi risciacquate accuratamente in acqua corrente. Lo strato sottile più esterno è stato asportato ed eliminato, mentre la parte immediatamente sottostante è stata resecata sterilmente con un bisturi, ritagliando delle sottili fettine poi trasferite in un tubo contenente 2 ml di acqua sterile, lasciandole macerare per circa un'ora. Le cellule batteriche passate in sospensione sono state regolate con l'aggiunta di acqua sterile nel loro numero portandole alla concentrazione più conveniente per l'isolamento in piastra. Il substrato nutritivo usato per l'isolamento era il Nutrient Dextrose Agar + Daconil 0,02 g/l (=Chlorothalonil 75 %WP), inseminando le piastre per spatolamento con volumi di 50 μl prelevati dalla sospensione. In funzione di controllo è stata usata la coltura di riferimento per A. vitis in nostra dotazione. Dopo tre giorni d'incubazione a 26 °C al buio, è stato possibile selezionare alcune colonie con caratteristiche del tutto simili alle colonie della nostra coltura di riferimento, aventi forma circolare, centro colonia leggermente umbunata, di colore aranciato chiaro (Foto 2). Alcune di queste colonie sono state purificate su Potato Dextrose Agar + CaCO3 0,5 % (PDA+C), inseminando contemporaneamente anche il terreno per il test del 3-chetolattosio (Lactose Yeast Extract Agar) per uno screening preventivo (A. vitis è negativo al saggio). Gli isolati batterici selezionati in siffatto modo presentavano su PDA+C colonie semisferiche e perlacee. Per l'identificazione seguirono vari saggi biochimici. I sono batteri Gram negativi e strettamente ossidativi; positivo è il saggio dell'ossidasi, catalasi, ureasi e lenta è la riduzione dei nitrati. Negativo, per contro, è il saggio della liquefazione della gelatina, l'idrolisi dell'esculina, dell'arbutina, dell'amido e del Tween 80. Ciò corrisponde alle caratteristiche peculiari che contraddistinguono l'Agrobacterium vitis e benché manchi un saggio di patogenicità, può essere a questo punto formulata la diagnosi presuntiva per l'agente patogeno.

Non è detto che l'identificazione riesca sempre per campioni di vite con dei tumori già in avanzato stato di lignificazione. Rimane fondamentale per la riuscita del procedimento diagnostico l'avere a disposizione un campione con il tumore neo-formato ed è altresì estremamente importante l'accurata pulizia e disinfezione della massa tumorale, allo scopo di ridurre il più possibile l'inquinamento dovuto alla flora batterica saprofita, purtroppo sempre presente.

Marssonina coronaria in mele biologiche

In Alto Adige la maculatura fogliare da Marssonina ("Marssonina Leaf Bloth") è stata identificata per la prima volta nel 2011 su melo da agricoltura biologica. Il fungo Marssonina coronaria (f. asc. Diplocarpon mali) causa sulle foglie numerose macchie dapprima rossastre, poi necrotiche a cui fa seguito l'ingiallimento delle stesse e la caduta anticipata. La filloptosi indebolisce la pianta e ne aumenta sensibilmente la predisposizione ad eventuali danni invernali. Al momento della raccolta, la filloptosi è talvolta così grave che i frutti pendenti in pianta non raggiungono gli standard qualitativi minimi richiesti.

Nell'anno di riferimento ci sono stati diversi casi di filloptosi in melicoltura biologica dovuti all'infezione da Marssonina. Si trattava per lo più di impianti che già nell'anno precedente erano stati colpiti dalla malattia probabilmente a causa della mancata o insufficiente efficacia degli anticrittogamici ammessi in coltivazione biologica, ma anche probabilmente per via di un'alta carica d'inoculo esistente in campo. Il danno si è avuto soprattutto laddove gli anticrittogamici sono stati poco o per nulla impiegati, mentre l'alta carica d'inoculo è da imputarsi verosimilmente alla mancata messa in atto di azioni preventive atte a favorire la naturale degradazione della massa fogliare durante l'inverno per mezzo di idonee misure agronomiche.

Degno di nota nell'anno di riferimento è quanto ancora non è mai stato osservato, ovvero Marssonina coronaria associata a macchie marcescenti sulla buccia della mela. Sono state individuate ancora in campo delle mele della cv. Cripps Pink provenienti da agricoltura biologica, che presentavano al momento della raccolta delle macchie necrotiche, nerastre, di forma circolare e leggermente incavate, senza apparenti lesioni in superficie, con nel sottobuccia colpito un marciume di tipo secco ("circular dark brown spots") (Foto 3). Il frutteto è situato nella Val d'Adige nel comune di Gargazzone, dove già l'anno prima c'è stata una grave filloptosi e dove l'uso dei pesticidi è ridotto al minimo. Nel medesimo frutteto la Sezione agricoltura biologica del Centro per la Sperimentazione agraria di Laimburg svolge varie prove di lotta sul melo Scifresh-Jazz® contro la caduta anticipata delle foglie.

Per l'indagine diagnostica presso il laboratorio fitopatologico di Laimburg, sono state campionate mele con una o due macchie necrotiche di colore marrone scuro sulla buccia. Sulle macchie del diametro di circa 10 mm si potevano notare minuscole elevazioni bitorzolute e allungate (Foto 3). All'esame microscopico della polpa sotto la macchia, si notavano delle ife munite di setto disposte a reticolo (Foto 4). Piccole porzioni di buccia e di polpa sono state trasferite, previa disinfezione superficiale, in piastre contenenti il terreno nutritivo Potato Dextrose Agar (Difco). Dopo sette giorni d'incubazione sugli espianti non si notava alcuna colonia fungina mentre all'osservazione microscopica degli espianti prelevati dal substrato nutritivo, si potevano rilevare numerosi conidi bi-cellulari con le caratteristiche tipiche per M. coronaria. I conidi fuoriuscivano da formazioni fungine brune a forma di bulbo presenti in gran numero nella polpa marcescente (Foto 5). Sono questi i corpi fruttiferi (acervuli) della forma imperfetta o conidiofora della Marssonina coronaria (Foto 6). Era anche possibile osservare la presenza dei microconidi (spermazi) del fungo, assieme ai conidi bi-cellulari del tipo "Marssonina" (Foto 7).

Rimaneva ora da chiarire se la Marssonina coronaria associata alle macchie necrotiche della buccia, sia stata anche causa primaria dell'alterazione. Per quanto a nostra conoscenza, non vi è ancora prova di marciume sul frutto originato da M. coronaria in aree frutticole nordeuropee già interessate dalla maculatura fogliare. Un saggio di patogenicità su mele mature (Golden Delicious) doveva dimostrare che M. coronaria, in forma di sospensione conidica applicata sulla buccia intatta, oppure la coltura del fungo inserita in frutto artificialmente lesionato, era in grado di produrre una qualche alterazione. sulle mele artificialmente inoculate. Trascorsi 21 giorni d'incubazione a temperatura ambiente e in condizioni di giorno-notte naturale, nulla si era prodotto nei punti d'inoculazione sulle mele sottoposte al saggio di patogenicità. Ne deriva che Marssonina coronaria si è insediata nelle mele in campo su aree di buccia già lesionata per cause fisiologiche o meccaniche oppure, che con il saggio di patogenicità fatto in laboratorio non si sono potuti ricreare i presupposti necessari al fungo per sviluppare la virulenza, per poter alterare il tessuto di mela artificialmente inoculata. Rimane in ogni caso il fatto che l'unico fungo isolato dalle macchie necrotiche delle mele campionate aveva caratteristiche morfologiche peculiari di Marssonina coronaria, l'agente della maculatura fogliare del melo

Diagnostica fitopatologica nell'anno 2011

Autore: Dr. Luis Lindner

Nel laboratorio di virologia e diagnostica presso il Centro per la Sperimentazione Agraria e Forestale di Laimburg, nell'anno di riferimento sono stati esaminati 535 campioni provenienti da pomacee, drupacee, vite, piante ornamentali e ortive, per la diagnosi delle alterazioni causate dalle malattie delle piante. Qui di seguito si riportano alcuni casi ritenuti particolarmente interessanti per rilevanza economica o per la loro novità.

Colpo di fuoco batterico

L'anno 2011 è stato in assoluto l'anno da record da quando nel 1999 è stato registrato il primo caso di colpo di fuoco batterico, con 945 casi registrati in 37 comuni dell'Alto Adige (Tabella 1). Per definizione è considerato un caso, quando una o più piante di una certa varietà con stesso anno d'impianto e locate in una data zona, sono colpite dalla batteriosi. Decisivo per l'alto numero dei casi registrati nell'anno di riferimento, è stato sicuramente l'andamento climatico in primavera (alte temperature medie ed evento piovoso). Le temperature superiori alla media registrate nel mese di marzo, seguite da temperature quasi estive nel mese d'Aprile hanno comportato una fioritura anticipata già alla fine di marzo. Le condizioni necessarie per un'infezione fiorale erano soddisfatte già agli inizi d'aprile, per via delle alte temperature medie giornaliere con un leggero evento piovoso. Il primo caso dell'anno è datato 24 aprile, in un impianto in produzione nel comprensorio di Terlano della varietà Cripps Pink. I tempestivi controlli fatti nei comuni limitrofi di Vilpiano, Nalles e Andriano hanno rilevato alla fine d'aprile 79 casi di colpo di fuoco batterico. Sono stati colpiti esclusivamente impianti di Cripps Pink in produzione, oltre a diverse piante di pero. Si è trattato sempre d'infezioni fiorali, spesso accompagnate da copiosa fuoriuscita d'essudato batterico. Nelle settimane seguenti, sono stati scoperti altri casi in diversi comprensori e a metà Marzo, l'infezione batterica è stata scoperta anche in un meleto messo a dimora nel corso dello stesso anno.

L'analisi temporale della comparsa dei casi di colpo di fuoco batterico in provincia, rivela che la prima ondata d'infezione deve aver avuto luogo già nei primi giorni d'aprile. Ad essere colpite sono state quasi esclusivamente piante di pero e piante di melo della cv. Cripps Pink in impianti in produzione. La seconda ondata si è verificata nel periodo di Pasqua (24 aprile) e ha interessato anche altre varietà di melo. La terza ondata, infine, aveva colpito impianti messi a dimora in primavera, con piante ancora in fiore nel mese di maggio. L'area più colpita era situata nel comune di Terlano, con il 38 percento dei casi registrati nell'anno. L'alto numero dei casi faceva supporre un importante focolaio d'infezione non ancora scoperto, a mezza costa sopra Terlano (Tschöggelberg). Ma i controlli sistematici eseguiti in quella zona dai funzionari del Servizio fitosanitario in collaborazione con gli operatori del Centro di consulenza agraria e dei rappresentanti locali dell'unione agricoltori dell'Alto Adige, non hanno portato alla scoperta di tale focolaio. Invece nel comprensorio prospiciente di Meltina e di Tesimo sono state rilevate molte piante di pero infette. Questi peri d'agricoltura estensiva presentavano una sintomatologia tale, per cui si poteva dedurre che l'infezione era già avvenuta l'anno precedente. A fine giugno, altri focolai d'infezione furono scoperti in Val Venosta, Burgraviato, Val Passiria, Val d'Adige, Oltradige e Laives. Dalla pericolosa batteriosi non è rimasta indenne nemmeno la frutticoltura di produzione dei circondari di Bressanone e di Brunico. A fine settembre, è stato registrato ufficialmente un totale di 945 casi di colpo di fuoco batterico. Pertanto, ad eccezione dell'alta Val Venosta e della bassa Val d'Adige, ad essere colpita è stata l'intera zona frutticola di produzione del melo dell'Alto Adige (Foto 2). Il numero dei casi rilevati, con l'indicazione del tipo di pianta ospite e del comprensorio comunale, è riportato in tabella (Tabella 3).

In seguito all'alto numero di piante contagiate è stato necessario emanare l'ordine d'estirpazione e distruzione di 2 impianti di melo, messi a dimora nello stesso anno, per complessive 1560 piante, 4 impianti di melo in produzione con 2500 piante e 9 piccoli impianti di pero con ca. 3000 piante. Alla fine dell'anno le piante complessivamente estirpate e distrutte sono state 13.000.

Nel laboratorio diagnostico, presso il Centro per la Sperimentazione agraria e forestale di Laimburg, sono stati esaminati nell'anno di riferimento un totale di 288 campioni per sospetta infezione da colpo di fuoco batterico. In 135 di questi campioni è stata confermata la presenza d'Erwinia amylovora, agente responsabile del colpo di fuoco batterico.

La malattia fogliare da Marssonina in agricoltura biologica

Verso la fine dell'agosto 2011 in diversi meleti a conduzione biologica sono stati notati i sintomi di un'infezione fungina sulle foglie. Già l'anno precedente molti di questi impianti erano stati colpiti dalla maculatura fogliare da Phyllosticta sp. con conseguente caduta anticipata delle foglie per via di un'estesa necrosi fogliare (Frutta*Vite 2/2011). Sulla pagina superiore delle foglie comparivano nuovamente delle piccole scoloriture rossicce, circolari, che con il tempo arrivavano a misurare 5 – 10 mm, assumendo con il tempo una colorazione tendente al bruno scuro o nero. Confluendo tra loro, le chiazze andavano ad allargarsi ulteriormente (Foto 4). Raggiunto l'interno del tessuto fogliare, l'alterazione era causa di macchie brune sotto forma di chiazze irregolari sulla pagina inferiore della foglia. Al momento della raccolta, le macchie erano così numerose e associate spesso a perdita di clorofilla con conseguente ingiallimento, per cui avveniva la caduta anticipata delle foglie.

Al microscopio ottico si poteva osservare come tra l'epidermide ed il mesofillo a palizzata, internamente alla foglia, andavano dipartendo a raggiera da un presumibile punto iniziale d'infezione, dei cordoni miceliari costituiti da ife riunite in fasci. Su questi cordoni miceliari andavano formandosi in successione dei cuscinetti miceliari scuri e a forma di bulbo, tra loro separati da brevi intervalli. Si trattava di corpi fruttiferi (acervuli) in corso di maturazione appartenenti ad un fungo deuteromicete melanconiale. In seguito alla lacerazione della cuticola, l'acervulo giunto a maturazione liberava i propri conidi alla superficie della foglia (Foto 5). Questi conidi erano tipicamente bicellulari (12-19 x 6-8 μm), divisi da un setto asimmetrico con leggera strozzatura a livello del setto, ialini con numerose inclusioni all'interno (Foto 6).

I conidi dell'agente infettante sono stati prelevati direttamente dagli acervuli, numerosi sul tessuto sintomatico che è stato in precedenza disinfettato con una soluzione acquosa di ipoclorito di sodio all'1 %. Con l'ausilio di un ago da siringa ed uno stereomicroscopio, i conidi sono stati prelevati e trasferiti in una goccia d'acqua posta su un vetrino porta-oggetto. Al microscopio ottico e con l'obiettivo a lunga focale Leica C/Plan L20 x 0,30, i conidi si sono catturati con una sottile pipetta Pasteur e trasferiti sul terreno nutritivo speciale ALPGA (Apple Leaf Decoct Peptone Glucose Agar – pH 6,0). E' seguita l'incubazione a 20 °C e dopo 10 giorni d'incubazione, i conidi germinanti sono stati trasferiti ancora su ALPGA-medium per l'approntamento delle colture pure. Le colonie del fungo crescevano molto lentamente sul medium artificiale, raggiungendo dopo 45 giorni un diametro di soli 5 – 7 mm (Foto 7). In base della morfologia dei conidi ed al comportamento in vitro della coltura in esame, il fungo associato alle maculature fogliari è stato identificato come Marssonina coronaria (Ell. et J.J. Davis) J.J. Davis.

Nel corso delle verifiche diagnostiche nel 2011 su campioni fogliari con sintomi sospetti di alterazioni di natura fungina e provenienti da agricoltura biologica dell'Alto Adige, l'agente prevalentemente diagnosticato è stato Marssonina coronaria. Sorprendentemente sui medesimi campioni, l'agente della maculatura fogliare da Phyllosticta sp. è stato rilevato in misura esigua o era addirittura non presente. A volte si poteva osservare anche un acervulo accanto ad un picnidio, ma il sintomo fogliare causato dai due differenti patogeni era per lo più indistinguibile. Nel corso delle nostre indagini sulle foglie sintomatiche sono stati trovati anche altri funghi, di seguito elencati in ordine decrescente per frequenza: Alternaria sp., Cladosporium sp., Phoma spp., Trichothecium sp., Spilocaea pomi, Penicillium sp. e altri ancora, oltre a batteri non identificati.

In Italia la maculatura fogliare causata da Marssonina coronaria è stata osservata per la prima volta nel 2001. L'alterazione fogliare, del tutto nuova a quei tempi, fu rilevata a Forno Canavese, un comune in provincia di Torino nella varietà "Furnas", una vecchia varietà di melo locale coltivato per il consumo famigliare. In quell'area pedemontana non era praticata a quel tempo la coltura intensiva del melo e non si faceva alcuna lotta fitosanitaria. L'agente fungino responsabile del danno fogliare è stato isolato e identificato presso l'Università di Torino e, sulla base dei sintomi prodotti e delle caratteristiche morfologiche della coltura fungina, classificato come Marssonina coronaria (Ell. et J.J. Davis) J.J. Davis (Deuteromycetes / Coelomycetes, ordine Melanchoniales, famiglia Melanchoniaceae), la cui forma sessuata è l'ascomicete Diplocarpon mali Harada et Sawamura, sp.nov. (classe Leotiomycetes, ordine Helotiales, famiglia Dermateaceae).

All'epoca della scoperta in Italia, non si avevano ancora notizie della presenza di questo fungo nelle aree coltivate a melo in Europa occidentale. Le prime segnalazioni di danni da maculatura fogliare con caduta anticipata di foglie in impianti di melo a conduzione biologica risalgono al 2010, in Svizzera e in Germania (Neckar e Bodensee) e nel 2011 in Austria (Stiria). L'agente causale per tutti i casi segnalati è stato sempre identificato come Marssonina coronaria.

Le condizioni climatiche in Alto Adige nei mesi di giugno e di luglio nel 2011 erano ideali per un'infezione da Marssonina. Dopo una primavera asciutta, calda e soleggiata, è seguito un periodo con molti giorni di abbondanti precipitazioni su tutto il territorio. Notevoli sono stati gli eventi temporaleschi provenienti dalla Svizzera che hanno lambito il 21 e il 22 giugno la Val Venosta, favorendo in tal modo la diffusione dell'inoculo infettante. Rimane al momento ancora aperta la domanda, se l'inoculo fosse già presente nelle nostre aree frutticole senza causare danni evidenti, oppure se si sia introdotto con le perturbazioni primaverili e le correnti nord-occidentali. E' in ogni modo evidente come le condizioni meteo siano state ideali per il fungo Marssonina, favorendone l'insediamento sul nostro territorio e portandolo ad assumere una posizione dominante nei confronti degli altri microrganismi fungini. La malattia fogliare da Marssonina coronaria sembra per ora interessare quasi esclusivamente meleti a conduzione biologica. Attualmente non è ancora stato osservato alcun danno ai frutti come invece viene riportato dal lontano oriente.

Altre malattie fogliari nel melo

Danni sotto forma di maculature circolari distribuite sull'intera pagina fogliare e che spesso degenerano in necrosi, causano il più delle volte una caduta anticipata delle foglie. Per le conseguenze negative che una filloptosi anticipata comporta, diventa fondamentale una esatta diagnosi per la messa a punto di efficaci e mirate misure preventive.

Verso la metà di luglio ci fu consegnato un campione costituito da un'unica foglia proveniente dalla regione Friuli Venezia Giulia, purtroppo in un cattivo stato di conservazione. Su tutta la pagina fogliare erano presenti numerose maculature ormai necrotiche, che a differenza delle comuni macchie causate dagli attacchi fungini che sono di solito rotondeggianti, erano qui di forma angolata e con i bordi delle macchie circoscritti dalle nervature fogliari (Foto 8). Dato il cattivo stato di conservazione del campione, si operò solamente una diagnosi diretta al microscopio.

Oltre a diversi funghi, lieviti e batteri che solitamente colonizzano in modo saprofitario i tessuti fogliari necrotizzati, sono stati rilevati sistematicamente tre differenti funghi microscopici. Due di questi appartenevano tassonomicamente ai Coelomiceti ed un terzo ai Melanconiali. Il fungo Melanconiale aveva gli acervuli muniti di setole (setae) (Foto 9). La morfologia dei conidi (Foto 10) in questi acervuli ha permesso la classificazione del fungo nella specie Colletotrichum gloeosporioides Penz. (f.asc. Glomerella cingulata Spauld. et Schrenk). Questo fungo in Alto Adige è più conosciuto come Gloeosporium fructigenum, un fungo che causa un tipo di marciume alla polpa delle mele ("bitter rot"). Per quanto riguardava i due Coelomicetes, si trattava con molta probabilità in un caso di Phyllosticta sp. (≡ Phoma cava Schulzer), fungo caratterizzato da conidi unicellulari, cilindrici e abbastanza uniformi (6 x 2,2 μm) e nell'altro caso di Phoma glomerata Wollenw. & Hochapfel (syn. Peyronelleaea glomerata), caratterizzato da conidi ovoidali fino a ellissoidali (4-8,5 x 1,5-3μm).

Il nostro interesse si è soffermato soprattutto su Colletotrichum gloeosporioides, dal momento che in bibliografia è indicato come capace di causare sulle foglie un danno in forma di maculature angolari, per l'appunto. Si tratta di un fungo ubiquitario, per lo più saprofita oppure opportunista su piante debilitate o senescenti. Nelle pomacee è però capace di causare del marciume alla polpa delle mele (Foto 11). Questo fungo è andato assumendo negli ultimi anni un ruolo d'importanza crescente nella melicoltura altoatesina, dove è in grado di causare un danno a mele ancora pendenti in pianta. Questo lo differenzia sostanzialmente da Gloeosporium album (syn. Phlyctema vagabunda), un altro agente di marciume nei frutti, che compare però solamente durante la fase di conservazione in magazzino. Ambedue i Gloeosporium sono presenti in forma latente nei nostri frutteti, ovvero senza causare danni evidenti alla pianta di melo, con esclusione del marciume ai frutti. Nel campione sottoposto ad indagine abbiamo pertanto potuto osservare per la prima volta da parte di uno dei due Gloeosporium, il danno alla vegetazione sotto forma di maculatura "angolare" sulle foglie. Il campione in questione proveniva da melo cv. Golden Delicious coltivato convenzionalmente ed il danno era confinato alla fila di bordo del frutteto, dove per cause tecniche non era stato possibile attuare un'efficace copertura con i comuni trattamenti anticrittogamici. Sempre sul filare di bordo c'è stata anche la caduta anticipata delle foglie, oltre al caratteristico marciume nei frutti ancora pendenti in pianta.

Diagnostica fitopatologica nell'anno 2010

Autore: Dr. Luis Lindner

Nel laboratorio di virologia e diagnostica presso il Centro per la Sperimentazione Agraria e Forestale di Laimburg sono stati esaminati, nel corso 2010, 390 campioni per l'identificazione degli organismi patogeni delle piante. Il laboratorio ha operato per conto del Servizio Fitosanitario Provinciale, del Centro di consulenza agraria, per conto degli operatori agricoli privati e per i vari settori operanti presso il Centro di Sperimentazione di Laimburg, per la parte microbiologica e virologica delle rispettive aree di studio e di sperimentazione. I campioni provenivano da pomacee, drupacee, vite, piante ornamentali e ortive.

Qui di seguito verranno presentati alcuni casi, scelti per la loro particolare rilevanza economica o per la loro particolarità o novità.

Colpo di fuoco batterico

Per la prima volta dal 1999, anno di comparsa del colpo di fuoco batterico in Alto Adige, la pericolosa batteriosi è stata rilevata nel melo ancora prima della fase di fioritura principale. L'infezione è stata rilevata il 15 aprile nel comune di Egna in diversi astoni di melo della cv. Gala da poco messi a dimora, i quali presentavano dei sintomi a livello del punto d'innesto (Foto 1). Confermata la presenza di Erwinia amylovora, furono estirpate ed eliminate in un primo momento tutte le piante sintomatiche. Nel frattempo l'agricoltore aveva messo in atto una potatura d'allevamento, con conseguente grave rischio di diffusione della malattia a tutto l'impianto. Cautelativamente è stato pertanto ordinata l'estirpazione e la distruzione di tutto l'impianto. E' assai probabile che l'infezione abbia avuto luogo ancora l'anno precedente in sede di vivaio locato nella regione Veneto.

Durante la fioritura principale non ci sono state le condizioni necessarie per l'infezione batterica se non in uno o due giorni al massimo. Pertanto non ci furono segnalazioni d'infezione per colpo di fuoco batterico. Anche i campioni esaminati in laboratorio per sintomi sospetti, si sono rivelati negativi per Erwinia amylovora.

Il primo caso d'infezione per colpo di fuoco batterico è stato rilevato nel comune di Castelbello-Ciardes il 16 di giugno, in piante Golden Delicious Reinders e Red Delicious messe a dimora nella medesima azienda in primavera. Data l'entità dell'infezione, si è proceduto all'estirpazione di due terzi dell'impianto di Golden Delicious. Dopo la scoperta negli astoni di sintomi al punto d'innesto, l'intero meleto è stato estirpato. Nell'impianto di Red Delicious, sempre nella stessa azienda, l'infezione aveva colpito solo poche singole piante.

Verso la fine di giugno furono scoperti nuovi casi d'infezione nei comuni di Terlano e Nalles. Si trattava di due frutteti a conduzione biologica della varietà Evelina® RoHo3615. Un altro caso fu scoperto poi in un impianto convenzionale di Golden Delicious, nel comune di Parcines. Tutti e tre gli impianti erano stati messi a dimora nella primavera. A Terlano fu colpito il 10 % delle piante, di conseguenza estirpate e bruciate, mentre negli impianti di Nalles e Parcines si trattava di infezioni fiorali con solo poche piante infette.

Nemmeno la Val d'Isarco fu risparmiata dalla batteriosi. Due casi si sono registrati nel comune di Naz Sciaves, frazione di Aica, in un frutteto messo a dimora in primavera. Inizialmente furono trovate colpite solo tre piante di Jonagold lungo la fila di confine. Successivamente i sintomi caratteristici della batteriosi sono stati notati anche in diverse piante della cv. Roho3615/Evelina® posti a confine con l'impianto di Jonagold. Si trattava sempre di infezioni fiorali. L'ultimo caso rilevato nell'anno è datato 4 agosto e venne scoperto relativamente tardi dal proprietario su piante Golden Delicious, in zona Prato Val Venosta. Il frutteto era stato messo a dimora nella primavera e l'infezione potrebbe essere avvenuta molto tempo prima della sua scoperta. Tutte le piante sintomatiche sono state eliminate e bruciate.

Il Servizio Fitosanitario Provinciale adibito ai controlli sul territorio ha consegnato al laboratorio diagnostico nel corso dell'anno di riferimento, 108 campioni per i prescritti esami diagnostici. Erwinia amylovora, agente del colpo di fuoco batterico, è stato rilevato in 33 campioni tutti provenienti dai 9 casi ufficialmente confermati e trovati in 7 aree frutticole diverse dell'Alto Adige (Foto 2). Si era trattato sempre di impianti di melo messi a dimora in primavera nell'anno di riferimento; in totale sono state estirpate ed eliminate 3800 piante.

Danni da cancro corticale nel materiale di moltiplicazione del melo

Al frutticoltore attento non dovrebbero sfuggire all'atto della messa a dimora delle piante di melo eventuali danni alla corteccia, soprattutto quando questi sono evidenti a livello di punto d'innesto. Queste alterazioni, spesso di notevole entità, si mostrano sotto forma di scoloriture di colore bruno ben delimitate sull'epidermide corticale. Spesso il danno penetra in profondità fino a raggiungere il cilindro legnoso. In questo caso il danno è talmente impattante, che dopo la messa a dimora della pianta questa prima inizia a vegetare per poi morire entro poco tempo. La necrosi del parenchima corticale è il più delle volte dovuta a vari microrganismi patogeni, molto spesso di natura fungina, i quali infettano gli astoni di melo quasi sempre già in vivaio.

Nel corso dell'anno sono stati consegnati al laboratorio diversi campioni con corteccia alterata. Il numero di campioni superiore alla media era probabilmente correlato all'andamento stagionale sfavorevole dell'anno precedente in pianura padana, luogo di provenienza di gran parte del materiale vivaistico destinato all'Alto Adige. La brutta stagione può aver causato un sensibile aumento della carica microbica durante lo scorso autunno e l'inoculo evidentemente non è stato sufficientemente controllato con la lotta fitosanitaria contro i svariati agenti di cancro corticale. Nel corso delle analisi di laboratorio è stato isolato in via primaria il fungo sferossidale Phomopsis mali (f.asc. Diaporte perniciosa), spesso associato anche a Sphaeropsis malorum (f.asc. Botryosphaeria obtusa). Questi due funghi sono ben noti in Alto Adige, dove causano danni in impianti di melo in produzione (vedasi Frutta e Vite 9/2008: "Cancri corticali nelle pomacee"). Dai campioni alcune volte è stato isolato anche l'agente del "cancro da Botryosphaeria", causato da Dothiorella mali (f.asc. Botryosphaeria dothidea) oltre che l'agente del "cancro da Valsa" dovuto al micete Cytospora cincta (f.asc. Leucostoma cincta) piuttosto raro in Alto Adige.

Per la prima volta per l'Alto Adige è stato isolato il fungo Pestalotia de Not. (Deuteromycetes/Coelomycetes, ordine Melanconiales, famiglia Melanconiaceae) in un campione di tronco di melo della cv. Scifresh-Jazz® (Foto 3). Questo fungo produce nel parenchima corticale i suoi organi di riproduzione, ovvero gli acervuli, dapprima sub-epidermici di colore nerastro, che erompono dall'epidermide solo quando il processo di maturazione dei conidi è terminato. I conidi hanno come caratteristica la presenza di 2-4 ciglia ad una estremità (Foto 4). Il micete da noi isolato era in grado di causare anche un marciume del diametro di 1,5 cm nei frutti maturi artificialmente inoculati e conservati per 7 giorni in camera umida a temperatura ambiente. In letteratura sono descritte circa 250 specie tutte del genere Pestalotia, che sono fra loro difficilmente differenziabili sulla base delle loro caratteristiche morfologiche. Si tratta comunque di specie che si stabiliscono su diverse piante forestali e ornamentali con attitudini per lo più saprofitarie, o al massimo mostrano un comportamento da patogeno di debolezza od opportunistico. Per il melo ed il pero è riportata in letteratura la specie Pestalotia malorum Elenkin & Ohl quale agente di malattia alla corteccia, in grado anche di causare delle necrosi alle foglie ("Pestalotia Twig Dieback"). Solo il tempo ci dirà se il fungo introdotto in Alto Adige con il materiale vivaistico andrà ad insediarsi stabilmente e causerà oltre ad un danno alla corteccia, anche altri danni alle pomacee.

Necrosi fogliare da Phyllosticta sp. associata a filloptosi nel melo

Agli inizi di ottobre sono state esaminate delle foglie che presentavano sulla pagina superiore delle singolari chiazze brune, dalle quali dipartivano delle sottili linee rossastre a forma di spirale. Sulla pagina inferiore delle foglie vi erano delle scoloriture rossastre, sempre sotto forma di chiazze irregolari. Il campione proveniva dalla bassa Atesina (Salorno), ed è stato raccolto in un meleto (cv. Topaz) a conduzione biologica. Diverse piante erano colpite dal fenomeno. All'analisi microscopica si potevano notare delle formazioni globulari nerastre a livello di chiazze fogliari: erano queste formate dai picnidi fungini dai quali fuoriuscivano copiosamente dei piccoli conidi di forma cilindrica. Il fungo in questione è stato da noi classificato come Phyllosticta sp. (classe Deuteromycetes/Coelomycetes, ordine Sphaeropsidales, famiglia Sphaeropsidaceae). Questa manifestazione era stata vista già nel 2009 su cv. Coop38 Gold Rush®, anch'essa a condizione biologica, e sempre nello stesso anno anche su cv. Braeburn Hidala Hillwell® da impianto convenzionale.

Interessante fu l'evoluzione del quadro sintomatico durante l'intera stagione vegetativa, come si è potuto verificare in campioni successivamente pervenuti (Foto 5). Si trattava di campioni delle cultivar Topaz, Morgenduft, Coop38 Gold Rush® e Cripps Pink in frutteti locati a Postal-Lana, Caldaro e Gargazzone. Le maculature, inizialmente in numero esiguo, con il tempo diventavano sempre più numerose sulle foglie ed aumentava anche la presenza dei picnidi. Le maculature, quando numerose, erano di colore bruno ruggine, ben differenziate dal tessuto fogliare sano da un alone bruno-rossastro. I picnidi di forma quasi sferica, posizionati al centro delle chiazze necrotiche, erano visibili anche ad occhio nudo (Foto 6). L'intensificarsi del sintomo fogliare era dovuto con molta probabilità alle infezioni secondarie conseguenti alla liberazione di conidi dai picnidi formatisi inizialmente sulle chiazze spiraliformi. Phyllosticta in vivo aveva le seguenti caratteristiche: conidi unicellulari, cilindrici, per lo più uniformi, con dimensioni medie di 6 x 2,2 μm. Erano prodotti nella camera picnidica su conidiofori corti, a volte ramificati (Foto 7). In letteratura si riporta come Phyllosticta sia in grado di parassitare numerose piante legnose e ornamentali. Le specie del genere sono di difficile differenziazione, tant'è che assumono quasi sempre il nome dell'ospite parassitizzato. Per il melo sono descritte in Europa Phyllosticta Briardi, P. mali e P. pirina. Negli Stati Uniti è riportata P. solitaria, in grado di colpire foglie, rami e frutti (apple blotch).

Nella fase di stagione avanzata veniva segnalata anche la filloptosi correlata all'attacco fogliare. Il fenomeno della caduta anticipata delle foglie era circoscritto a poche piante, o poteva interessare la quasi totalità delle piante colpite. Non è stata riscontrata alcuna correlazione tra maculature da Phyllosticta ed interventi fitoiatrici negli impianti a conduzione biologica. La filloptosi associata a necrosi fogliare da Phyllosticta, sembra colpire in Alto Adige per ora esclusivamente frutteti a conduzione biologica. Come profilassi è stato consigliato di raccogliere tutto il fogliame caduto in terra e di asportarlo dal frutteto, per impedire il possibile accumulo di massa d'inoculo infettante.

Un nuovo tipo di danno in frutti di melo

Verso la metà di settembre fu notata un'alterazione del tutto singolare sull'epidermide in un campione di mele cv. Primiera, varietà resistente alla ticchiolatura. Le mele da coltura biologica, provenivano dalla località Cesiomaggiore, un comune in provincia di Belluno. Gran parte dei frutti erano danneggiati da numerose tacche necrotiche rotondeggianti e uniformemente distribuite soprattutto nell'area calicina. In una piccola parte di mele del campione, le tacche erano solamente una o due per frutto. Le lesioni necrotiche, peraltro mai di grandi dimensioni, erano circondate spesso da un alone rossastro. Del tutto particolare era la zona centrale della lesione, ove il tessuto epidermico di colore grigio era lacerato a formare un disegno a forma di stella (Foto 8). L'alterazione necrotica stessa, di colore bruno scuro ed a struttura suberificata, penetrava nella polpa per 1 o 2 millimetri. Un quadro sintomatico del tutto simile era già stato osservato nel 2004 su mele cv. Golden Orange, sempre da coltura biologica (Foto 9). Anche in quel caso le mele provenivano da fuori provincia, ovvero dal comune di Pergine in frazione Vigalzano, provincia di Trento. Per detto campione non fu possibile a quel tempo trovare una causa all'origine del danno.

Il campione della cv. Primiera è stato dapprima studiato microscopicamente. Si poteva osservare come le cellule nel tessuto lesionato e imbrunito erano permeate da ife fungine. Nell'ipodermide alterata si poteva notare anche una particolare struttura certamente di natura fungina. Per contro, non furono rilevati dei conidi liberi.

Sono stati fatti diversi tentativi d'isolamento su terreno nutritivo artificiale Potato Dextrose Agar (PDA Difco, pH 5,6) da frammenti di tessuto alterato. I funghi isolati erano prevalentemente del genere Aspergillus, Cladosporium, Alternaria ed anche un fungo con micelio sterile (mycelia sterilia). Data la presenza piuttosto sporadica dei summenzionati miceti, si può ritenere che essi hanno qui un ruolo meramente saprofitico su tessuto alterato. Gli isolamenti fatti invece sul mezzo nutritivo acidificato (PDA, pH 3,5) non hanno dato risultato, dal momento che non è stato possibile riportare in coltura i microrganismi. I frammenti di tessuto sono stati quindi tolti dal mezzo acidificato e trasferiti su terreno PDA neutro. Sugli espianti comparivano delle colonie fungine in principio di colore rosato. Successivamente facevano la loro comparsa anche numerosi picnidi disposti a circolo nella colonia, ostiolati e di colore scuro con un diametro medio di 325 μm (Foto 10). I relativi picno-conidi presentavano varie grandezze (4,0-15 x 2,5-4 μm) ma erano sempre unicellulari, di colore ialino o tendente al giallino. Assai variabile era anche la loro morfologia, con forma da cilindrica ad ellittica, o clavata o fusiforme, spesso curvata e con delle inclusioni vacuolari ai due poli. Nei nostri isolati coltivati su PDA, nella camera picnidiale non si notava la presenza di conidiofori distinti; assenti erano anche forme clamidosporiche di tipo alternarioide. I medesimi isolati coltivati su decotto di mela agarizzato, formavano invece delle clamidospore (dictioclamidospore) scure, oltre che pseudo-clamidospore disposte a catenella. Detti isolati fungini sono stati classificati con la chiave dicotomica di Wollenweber & Hochapfel: si tratta della specie Phoma pomorum Thüm. (Studies in Mycology Nr. 3, 1973). A differenza di Phoma cava Schulzer e Phoma glomerata (Corda) Wollenw. & Hochapfel (syn. Peyronellaea glomerata Goid.), due specie solitamente isolate dal marciume di polpa di mela, l'isolato Phoma pomorum non è stato in grado di produrre del marciume in mela ferita e inoculata artificialmente. E' da notare inoltre, che le rimanenti mele facenti parte del campione non hanno portato ad un incrementato nell'entità dell'alterazione, benché conservate per alcuni mesi in condizioni di "camera umida" e a temperatura ambiente. In conclusione, il ruolo svolto da Phoma pomorum nell'ambito di questo nuovo tipo di alterazione appare piuttosto enigmatico, nonostante il fungo sia stato ripetutamente isolato dal tessuto necrosato. Forse l'azione di patogeno necrotrofo viene bloccata dalle sostanze antifungine endogene alla mela, oppure dalla componente acida del frutto. Non si può nemmeno escludere nel presente caso un'azione meramente saprofitaria svolta su tessuto già in precedenza danneggiato. Va infine anche menzionata quella particolare struttura intravista al microscopio (Foto 11), sicuramente di natura fungina, peraltro rilevata già in vivo nelle mele Golden Orange nel campione del 2004, la cui natura non è stata a suo tempo chiarita con i normali metodi diagnostici.

Al momento questa nuova alterazione è stata da noi rilevata solamente nelle due varietà di melo ticchiolatura resistenti. La sua natura è certamente complessa e probabilmente non solo legata ad un unico agente biotico, peraltro ancora a noi sconosciuto.

Indagine per cancro corticale del castagno

Annualmente vengono consegnati in laboratorio dei campioni di castagno (Castanea sativa) per presenza di fenomeni di appassimento e di moria. Il danno, quando è di origine fungina, in Alto Adige è da imputarsi quasi sempre al fungo Cryphonectria parasitica (syn. Endothia parasitica), l'agente del cancro della corteccia di castagno. L'infezione del tronco da parte del fungo, che è quasi sempre in veste di patogeno da ferita, avviene sia in vivaio che nei primi anni di dimora e ha come effetto un rapido deperimento e conseguente morte della giovane pianta. La diagnosi della malattia è fatta solitamente in vivo, con la messa in incubazione di porzioni di corteccia infetta col sistema della "camera umida". La presenza dell'agente fungino è facilmente rilevabile al microscopio, mediante l'osservazione dei caratteristici conidi (Foto 12) emessi dai picnidi di Cryphonectria parasitica.

Nell'anno di riferimento la presenza dell'agente del cancro del castagno è stata diagnosticata in campioni provenienti da due diversi siti (Postal e Silandro). In questi campioni è stata riscontrata anche la presenza del fungo Valsa-Cytospora, ovvero la forma anamorfa Cytospora ambiens (Nitschke) Sacc. Questa specie è caratterizzata dall'avere conidi unicellulari ellittico allungati, un po' più grandi (5-7 x 2-3 μm) di quelli di Cryphonectria (Foto 13). E' stato anche osservato come in "camera umida" i cirri prodotti dai picnidi di Cryphonectria erano di colore giallastro, mentre quelli di Cytospora erano di colore aranciato (Foto 14 e Foto 15). Cytospora, come del resto anche Cryphonectria, penetra principalmente nel punto d'innesto, ovvero nella zona d'unione tra portinnesto e nesto del giovane castagno. Da qui l'importanza di disinfettare gli strumenti usati nelle operazioni d'innesto, oltre che l'impiego di mastici protettivi nel punto d'innesto.

Tutte le parti di pianta colpite dal cancro da Cryphonectria e di Valsa-Cytospora vanno senza indugio recise ed eliminate. Non è al momento possibile prevedere quale sia l'effettiva capacità di danno nei nostri castagneti per la Valsa-Cytospora, che è nuova come organismo patogeno del castagno almeno in Alto Adige. Sarà pertanto opportuno contrastare con ogni mezzo una sua diffusione sul territorio.

In un campione sempre di castagno, è stato rilevato anche un altro tipo di alterazione sempre di natura fungina, che va ad interessare il parenchima corticale. Il danno in esame era caratterizzato da ampie lacerazioni della corteccia di ramo, con presenza di essudato nerastro e untuoso. La necrosi corticale aveva portato al completo disseccamento dei rami infetti. Si trattava in questo caso del quadro sintomatico tipico dell'Oomicete Phytophthora cambivora, insediatosi probabilmente alla base della pianta. Questo spiccato patogeno da ferita ama i terreni umidi e ricettivi e trova una facile via d'accesso nelle ferite, come ad esempio quelle inferte durante il taglio dei polloni.

Indagini fitopatologiche nell'anno 2009

Autore: Dr. Luis Lindner

Nel laboratorio fitodiagnostico del Centro per la Sperimentazione agraria e forestale di Laimburg sono stati esaminati nel corso dell'anno 2009 in totale 236 campioni, provenienti da pomacee, drupacee, vite, piante ornamentali e ortive. Qui di seguito si riportano i casi più interessanti indagati nel corso dell'anno.

Colpo di fuoco batterico

In Alto Adige si sono registrati nel 2009 solamente tre casi di colpo di fuoco batterico. Il primo caso è stato rilevato l'8 di luglio a Naturno in Valle Venosta, in astoni di melo messi in forzatura e nell'attesa di trapianto. Il secondo caso è stato notato a Pfalzes in Val Pusteria in un vecchio  pero messo a dimora nel 1970.  Infine, l'ultimo caso dell'anno fu rilevato a fine settembre in località Collalbo nel comune di Renon su due vecchi peri che si erano con ogni probabilità infettati ancora nell'anno precedente. Nel periodo seguente la fioritura, ci furono diverse giornate favorevoli per l'infezione ed è stupefacente che in tutto il territorio della provincia di Bolzano non ci sia stato nemmeno un caso di colpo di fuoco batterico nei meleti in produzione, evidentemente per mancanza di inoculo.

Durante l'anno sono stati esaminati 36 campioni per sospetta batteriosi. La presenza dell'agente del colpo di fuoco batterico Erwinia amylovora, è stata accertata in otto campioni provenienti tutti dai siti in precedenza menzionati.

Marciume del cuore nella varietà "Fuji"

Durante l'estate 2009 già ai primi d'agosto furono notati dei casi di marciume su mele cv. Fuji coltivate in vari frutteti del Burgraviato, della Val d'Adige e Bassa Atesina. Il danno era stimato al 2 ed anche più percento. Sulla superficie dei frutti erano presenti delle aree marcescenti di colore marrone, di consistenza piuttosto molle e spesso di notevoli dimensioni ma in ogni modo sempre ben differenziabili dal circostante tessuto sano (Foto 1). Non si notavano nel contempo delle lesioni superficiali sulla buccia. L'alterazione andava ad interessare spesso la zona del calice e si poteva notare anche la fuoriuscita di succo dall'apertura calicina. In sezione, i frutti mostravano un tipo di marciume quasi incolore e di consistenza acquosa che con ogni probabilità aveva avuto origine all'interno della mela (Foto 2). Le colonie fungine isolate da questo marciume incolore e acquoso sono state identificate sulla base delle caratteristiche macro- e microscopiche: si trattava di un fungo della specie Sphaeropsis malorum Peck (sin. Diplodia seriata De Not.). Dal bordo delle colonie fungine isolate dalla polpa marcescente, colonie inizialmente di colore chiaro e poi di un colore verde scuro, furono tolti dei piccoli frammenti di micelio che furono inoculati artificialmente in mele mature cv. Golden Delicious frigoconservate, per il saggio di patogenicità. In soli 10 giorni in condizioni controllate di "camera umida" e temperatura d'incubazione di 25 °C, tutti i frutti inoculati sono andati incontro al totale disfacimento per marciume. Il fungo Sphaeropsis malorum coltivato su terreno nutritivo artificiale (potato dextrose agar – pH 3,5) produce nel giro di dieci giorni i corpi fruttiferi (picnidi) tipicamente di colore nero, globosi o piriformi (diametro 250 – 350 μm), dotati di un'ampia apertura (ostiolo) dalla quale fuoriescono copiosi i conidi (Foto 3). I conidi sono unicellulari (raramente bi-cellulari), di colore bruno, hanno forma cilindrica od ovaleggiante con estremità arrotondate (22-25 x 9-12 μm) e sono prodotti all'interno del picnidio su conidiofori corti e non ramificati. E' la prima volta che il fungo Sphaeropsis malorum è isolato in Alto Adige da frutti marcescenti colpiti da marciume del cuore, come anche per prima volta da mele cv. Granny Smith da coltura biologica, e in questo caso in veste d'agente di normale marciume della polpa.

Sempre nel corso delle nostre indagini sui marciumi del cuore abbiamo potuto notare come nelle mele Fuji in taluni casi il marciume di tipo incolore e di consistenza acquosa, andava ad assumere in prossimità del cuore, una consistenza assai più compatta e una colorazione bruno-rossiccia. Da quest'ultimo marciume bruno-rossiccio sono stati isolati in via esclusiva funghi ascrivibili al genere Fusarium Link. Questi Fusarium sp. erano sempre dotati di virulenza al test di patogenicità su mela matura, quantunque fossero assai meno virulenti a confronto di S. malorum, se misurati in base alla velocità d'avanzamento del marciume nei frutti inoculati. Anche i frutti che in agosto presentavano la buccia già ben colorata a causa del marciume del cuore in atto, erano parimenti caratterizzati da un identico marciume del cuore di tipo compatto e con colorazione bruno-rossiccia (Foto 4). Una caratteristica distintiva di questo tipo di marciume è la possibilità di poterlo staccare in maniera netta dalla polpa sana circostante. I diversi Fusarium sp. isolati dal marciume del cuore avevano la caratteristica di far assumere al terreno di coltura un colore rosso carminio molto intenso oppure rosso mattone. Inoltre, producevano "in vitro" numerosi macroconidi 3 – 5 settati (37,5-50 x 5 μm) e microconidi uni- o bi-cellulari. L'esatta sistemazione tassonomica di questi Fusarium sp. sulla base delle sole caratteristiche morfologiche dei conidi è alquanto difficile.

L'indagine sui marciumi nelle Fuji ha portato a rilevare anche diversi casi di marciume del cuore di tipo secco ("Dry Core Rot") (Foto 5). La cavità carpellare si presentava allora assai alterata con abbondante presenza di muffa mentre la polpa colpita era di consistenza per lo più secca e alquanto suberificata. Dal tessuto marcescente sono stati isolati diversi funghi per lo più del genere Phoma e Fusarium e in minor numero Cladosporium e Alternaria, come anche lieviti non identificati. Il fungo Phoma sp. produce in vitro numerosi picnidi di colore nero, di forma globosa o piriforme, muniti d'ostiolo dai quali fuoriescono numerosi conidi unicellulari allungati (6 x 1,5 μm) di colore chiaro. Nel test di patogenicità, Phoma sp. era in grado di causare nel giro di 12 giorni un marciume piuttosto circoscritto, di colore bruno, che andava a penetrare di circa 5 mm le mele mature artificialmente inoculate.

Dato che i frutti mummificati presenti in pianta sono spesso delle potenziali fonti d'inoculo per vari agenti di marciume, sono stati anch'essi studiati per rilevare eventuali funghi patogeni. Soprattutto le mummie colorate in nero erano particolarmente ricche di picnidi del fungo Sphaeropsis malorum. Erano inoltre presenti anche le strutture sporodochiali di Fusarium sp. ovvero gli elementi riproduttivi del fungo. Notevoli erano qui le similitudini con gli isolati di Fusarium sp. prelevati dai marciumi del cuore. Erano presenti anche sempre i comuni agenti della "fumaggine", in ordine Alternaria sp. e Cladosporium sp., così come diversi altri funghi, lieviti e batteri non identificati. Per saggiare il grado di virulenza di questi funghi, alcune mummie sono state inserite nella polpa di mele mature della cv. Gala. In pochi giorni, a partire dal punto d'inoculazione, si formava un marciume di consistenza acquosa che andava a pervadere completamente i frutti-esca. Da questo marciume è stato isolato in via esclusiva S. malorum e mai altri agenti di marciume, nonostante che la loro presenza sui frutti mummificati era stata accertata al microscopio. Evidentemente, per effetto dell'estrema virulenza mostrata da S. malorum, quest'ultimo era in grado di prendere fin da subito il sopravvento sugli altri agenti di marciume, probabilmente anche per via delle condizioni favorevoli per la crescita di questo fungo durante il saggio di patogenicità (alta temperatura e umidità).

Phytophthora syringae agente di danni alle mele

In alcune partite di mele cv. Golden Delicious, produzione 2008, provenienti da conservazione e poste in vendita confezionate nel 2009, si è sviluppato un marciume con le caratteristiche tipiche per Phytophthora sp. Benché all'indagine microscopica della polpa alterata fosse evidente la presenza di un micelio cenocitico, tipico degli Oomiceti, l'isolamento del fungo dalle mele fu problematico. Questo singolare comportamento era già stato notato tempo addietro ed è stato da noi indagato e chiarito: si tratta in questi casi di un marciume originato da Phytophthora syringae Klebahn, una specie che è isolata con successo solo a temperature d'incubazione attorno ai 12 – 14 °C. P. syringae si differenzia dalla ben nota specie P. cactorum per la caratteristica di formare degli ingrossamenti che assumono la forma di sfere disposte a catenella lungo le ife, oltre che per gli zoosporangi che sono tipicamente oviformi e muniti di una papilla poco pronunciata (Foto 6).

I terreni dell'Alto Adige coltivati a melo sono dunque infestati oltre che da Phytophthora cactorum anche dalla specie P. syringae, agente di marciume della polpa delle mele. I germi delle due specie sono facilmente trasportati nelle celle di conservazione per mezzo dei cassoni di raccolta sporchi di terra, rimanendo vitali per tutto il periodo della conservazione. Durante le operazioni di cernita e di calibratura che avvengono solitamente in bagno d'acqua, i germi andranno ad infettare le mele soprattutto a livello della fossa picciolare o attraverso le lenticelle o delle piccole ferite. Le mele confezionate in sacchetti o in "foodtainer" sono tenute a bassa temperatura fino al momento della vendita e in molti casi allora, per effetto di "camera umida" che si viene a creare all'intero del contenitore, potrà svilupparsi il marciume durante il "Shelf Life".

Danni da batteriosi nel ciliegio e albicocco

Nei ciliegeti dell'Alto Adige che nel 2008 furono colpiti dalla batteriosi causata da Pseudomonas syringae pv. syringae in prossimità della raccolta, sono stati fatti attenti controlli nel corso dell'anno per rilevare la presenza di alterazioni alla corteccia e alle foglie. Nella varietà "Regina" innestata su portinnesto Gisela 5 si sono potuti notare, infatti, numerosi piccoli cancri sulla corteccia dei rami di un anno. All'epoca del prelievo dei campioni (inizio aprile), i cancri erano ancora inattivi e all'esame microscopico si poteva notare solo la presenza di un basso numero di cellule batteriche negli strati più profondi del parenchima corticale. Queste cellule batteriche sono state isolate e identificate come appartenenti alla specie Pseudomonas syringae pv. syringae van Hal, agente del cancro batterico della corteccia. Si tratta dunque dello stesso agente batterico che l'anno precedente causò notevoli danni ai frutti di ciliegio, sotto forma di forma di maculature necrotiche (fruit spotting). Si ritiene pertanto che in autunno l'agente batterico sia passato dai frutti colpiti ai rami, infettandoli o attraverso le ferite da distacco delle foglie o attraverso piccole ferite della corteccia causando in tal modo i cancri ai rami.

Nei medesimi impianti oggetti di studio sono stati raccolti ai primi di maggio anche dei campioni di foglia dove erano già presenti numerose le necrosi puntiformi con alone giallastro attorno e con deformazioni del lembo fogliare (Foto 7). I margini delle necrosi fogliari erano fortemente pervasi da cellule batteriche rivelatesi essere anch'esse della specie Pseudomonas syringae pv. syringae. La misura profilattica attuata è stata l'eliminazione dei rami con cancri oltre che alcuni trattamenti con prodotti a base di rame. E' stato possibile prevenire in tal modo il danno ai frutti.

In un impianto d'albicocco locato nei pressi di Bressanone, Valle d'Isarco, agli inizi di maggio sono stati prelevati dei campioni di ramo della varietà "Goldrich"/Saint Julien colpiti da moria delle gemme e necrosi della corteccia. Anche in questo caso l'unico agente batterico isolato è stato nuovamente la specie Pseudomonas syringae pv. syringae.

Danni per batteriosi nelle drupacee sono stati rilevati per ora in Alto Adige solo sul ciliegio e sull'albicocco, ma mai sul susino. L'agente batterico isolato era sempre e solo la pathovar Pseudomonas syringae syringae. Al momento non è ancora mai stata isolata la pathovar Pseudomonas syringae morsprunorum, e nemmeno la specie Xanthomonas arboricola pv. pruni.

Analisi fitopatologiche nell'anno 2008

Autore: Dr. Luis Lindner

Nell'anno di riferimento sono stati consegnati al laboratorio fitodiagnostico di Laimburg, 290 campioni vegetali per la ricerca delle cause di malattia, di cui 108 campioni per sospetto colpo di fuoco batterico nell'ambito dei controlli da parte del Servizio fitosanitario provinciale. I rimanenti 182 campioni provenivano da pomacee, drupacee, vite, piante ornamentali e ortive. I casi più rilevanti esaminati nel corso dell'anno sono di seguito riportati.

Il colpo di fuoco batterico nell'anno 2008

Il primo caso di colpo di fuoco batterico nell'anno 2008 è stato rilevato il giorno 10 giugno nel comune di Scena, nel Burgraviato. Erano state colpite piante di melo della cv. Golden Delicious al primo anno d'impianto. Un nuovo caso fu rilevato quasi contemporaneamente in un impianto di melo in produzione situato nel comune di Teodone in Val Pusteria. A fine mese il numero dei casi rilevati era arrivato ad otto (Tirolo-San Zeno, Naturno-Stava, Bolzano-Campegno e Falzes in Val Pusteria). Furono colpiti soprattutto meli messi a dimora nella stessa primavera. Nel mese di luglio si verificarono altri quattro casi (Renon-Signato e Falzes) ed ad essere colpiti furono: un impianto di melo, uno di cotogno e due di pero.

Nonostante il considerevole numero di casi verificatisi l'anno prima, nell'anno di riferimento i casi di colpo di fuoco batterico ufficialmente registrati al termine della stagione vegetativa furono "solamente" 12 con solo poche singole piante colpite (Foto 1). Decisivo fu sicuramente l'andamento climatico che durante la fioritura non era stato favorevole per un'infezione batterica ed un ruolo certamente non secondario aveva avuto il costante monitoraggio oltre che l'eliminazione immediata di tutte le piante trovate infette. Nel corso dell'anno sono stati prelevati ed analizzati 108 campioni con sintomi sospetti, di cui 13 trovati positivi per Erwinia amylovora. A confronto, nell'anno precedente furono esaminati in totale 257 i campioni dei quali ben 114 erano positivi alla malattia.

Malattie corticali nei rami di melo

Nel corso dei controlli per il colpo di fuoco batterico, in alcuni impianti della Val Venosta fu notata una sintomatologia da infezione batterica in piante di Braeburn messe a dimora nello stesso anno (Foto 2). Con l'esame microscopico è stato possibile escludere l'origine batterica dell'alterazione. E' stato possibile invece notare a livello del tessuto parenchimatico la presenza di un tipico micelio cenocitico caratterizzato da numerosi sporangi ascrivibili a Ficomiceti dell'ordine Oomycetales. Il fungo è stato isolato e classificato sulla base delle caratteristiche fenotipiche come appartenente alla specie Phytophthora cactorum Schroeter. Messo a confronto con il nostro ceppo di riferimento per P. cactorum, il fungo isolato formava in piastra, parimenti al ceppo-controllo, delle colonie aventi un micelio tipicamente "fiammato"; erano inoltre presenti le ife laterali che andavano ad inserirsi ad angolo retto sull'ifa principale e vi era, al punto d'inserzione, anche il tipico restringimento seguito immediatamente da un ingrossamento a forma di barilotto. (Foto 3). In coltura le colonie del fungo isolato producevano un gran numero di Zoosporangi, tipicamente ovoidali con una papilla molto prominente e semisferica. Nel terreno nutritivo Corn Meal Agar andavano a formarsi, numerosi, anche gli Oogoni e le Oospore.

Il saggio di patogenicità è stato fatto su mele mature inoculandole, previo ferimento, con dei piccoli frammenti di micelio prelevati dal bordo delle colonie fungine coltivate in piastra. Le mele sono state incubate a 27 °C, fino alla comparsa di una tacca marcescente nel punto d'inoculo. E' stato possibile reisolare sempre in purezza l'agente fungino dal bordo del marciume causato dall'inoculazione artificiale.

Il Ficomicete che ha causato il danno ai rami di melo, era pertanto lo stesso che è causa del marciume al colletto ("Crown rot") nelle piante da frutto. Phytophthora cactorum è in grado di soggiornare nel terreno come saprofita colonizzando i residui organici marcescenti e può rimanere vitale per molti anni nel terreno in forma di Oospore e di Clamidospore, conservando inalterata la capacità di infettare le radici ed il colletto di piante ospiti. In Alto Adige, la moderna melicoltura impiega come portinnesto il clone M9 che è notoriamente tollerante all'infezione da P. cactorum. Il fungo riveste pertanto ai giorni nostri un ruolo piuttosto marginale come agente di marciume del colletto. Vi sono stati in passato delle infezioni occorse in frutti di melo ancora in pianta, in seguito all'irrigazione soprachioma con acqua infetta da Zoospore di P. cactorum. Anche nella fase di post-raccolta ci sono stati in passato dei danni da marciume della polpa di mela dovuti a P. cactorum, soprattutto in partite raccolte tardivamente dopo lunghi periodi di bagnatura per piogge autunnali. L'infezione in questi casi avviene solitamente in magazzino nel corso delle operazioni di cernita fatta in bagno d'acqua, dal momento che i cassoni, se imbrattati di terra, sono facili portatori di germi infettanti.

Le infezioni ai rami si sono verificate presumibilmente durante la messa a dimora delle piante in primavera, con l'imbrattamento dei rami con del terriccio infetto. Le Zoospore, prodotte e rilasciate dagli Zoosporangi del fungo, sono infatti in grado di muoversi attivamente nel suolo in quanto munite di flagello. In presenza di condizioni favorevoli, quali un alto grado d'umidità del suolo, le zoospore venute a contatto della pianta saranno in grado di penetrare i tessuti corticali attraverso le aperture naturali o le ferite innescando in questo modo la malattia. Tutti campioni esaminati erano, in effetti, alquanto sporchi di terra. Si dovrà pertanto fare attenzione a non poggiare gli astoni di melo a diretto contatto del suolo che, al momento dell'impianto è normalmente in uno stato lavorato e aperto. Questa precauzione neutralizzerà il rischio di un'infezione da P. cactorum attraverso il terreno potenzialmente infettato dall'agente patogeno.

Durante i controlli in campo per via del colpo di fuoco batterico furono prelevati anche alcuni campioni di ramo di melo con sintomi piuttosto atipici di batteriosi. Le giovani cacciate  in corso di lignificazione presentavano lunghe striature nerastre disposte su d'un solo lato del ramo. L'esame istologico mostrava chiaramente la disgregazione del tessuto parenchimatico, per la presenza di batteri della specie Pseudomonas syringae pv. syringae, l'agente di necrosi corticale batterica. L'infezione presentava peraltro un quadro sintomatico che nella fase avanzata dell'alterazione poteva assomigliare al danno tipicamente indotto dall'Erwinia amylovora. Ma a differenza del colpo di fuoco batterico, patologia assai più virulenta, il cancro batterico da Pseudomonas interessava solo pochi getti ancora erbacei o in corso di lignificazione ed il danno rimaneva confinato per lo più nel punto d'infezione. Il batterio Pseudomonas syringae pv. syringae è notoriamente in grado di colonizzare in veste di epifita varie specie vegetali ed è praticamente ubiquitario nei meleti. Possiede un grado di virulenza abbastanza basso e viene pertanto posto tra i patogeni di debolezza. In varietà di melo particolarmente recettive come ad esempio la cv. Braeburn, P. syringae è facilmente causa di necrosi delle infiorescenze quasi sempre in concomitanza con i danni da gelate tardive nel corso della fioritura.

Danni da rugginosità e da "patina bianca" nelle mele

Nel corso del 2008 si è potuto osservare già agli inizi di giugno il caratteristico sintomo della "patina bianca" (PB) sulle mele. Il sintomo era per lo più accompagnato da una più o meno intensa rugginosità, distribuita a chiazze o in modo retiforme su tutta la superficie dei frutti (Foto 4). L'alterazione era particolarmente frequente anche in varietà di melo considerate poco suscettibili a tale fenomeno. Furono consegnati numerosi campioni nei mesi successivi, soprattutto delle varietà Fuji, Gala, Braeburn e Red Delicious, di provenienza dalle diverse aree frutticole dell'Alto Adige ma soprattutto da zone particolarmente umide del fondovalle.

I campioni sono stati innanzitutto controllati al microscopio. Con una lama sono state fatte sottili sezioni dalla buccia ed i preparati microscopici sono stati osservati a 400 ingrandimenti in contrasto di fase. Le aree della buccia interessate dal sintomo di "patina bianca" e della rugginosità mostravano il tipico micelio formato da ife ramificate e stratificate, appartenenti ai funghi del genere Tilletiopsis sp. Erano per lo più presenti anche gli elementi riproduttivi del fungo, ovvero i ballistoconidi di forma incurvata e falciforme e le blastospore allungate-filiformi. Sulle aree della buccia rugginose si poteva notare la presenza di sottili ferite da lacerazione superficiale con attigue, delle aree più scure e suberificate. Le lacerazioni erano in molti casi colonizzate dai funghi necrotrofi, prevalentemente del genere Alternaria e Cladosporium. Erano anche presenti in gran numero le cellule lievitiformi, oltre che, a volte, anche le ife scure a forma di catenella appartenenti presumibilmente al fungo dematiaceo Aureobasidium pullulans (Foto 5). Dalla buccia sono stati isolati e portati in coltura pura i funghi e i lieviti. Oltre al genere Tilletiopsis sp. e assai meno frequentemente A. pullulans, le specie maggiormente presenti erano i lieviti Rhodotorula glutinis e Cryptococcus laurentii oltre che lieviti rossi della specie Sporobolomyces roseus, questi ultimi in grado di produrre ballistoconidi. Sul totale dei microrganismi isolati la frequenza dei lieviti è sempre stata notevolmente alta.

Vari studi fatti negli USA, Canada e Olanda hanno evidenziato che taluni lieviti, soprattutto quelli appartenenti alla specie Rhodotorula glutinis e Sporobolomyces roseus che sono due fra i maggiori componenti della microflora della superficie della mela, così come alcune specie del genere Tilletiopsis (T. albescens, T. pallescens), hanno la capacità di causare rugginosità in quanto sono in grado di secernere enzimi idrolitici (cutinasi, lipasi, pectinasi, proteolasi) per mezzo dei quali degradano la cutina e la componente cerosa dello strato cuticolare, tanto da utilizzare i prodotti della degradazione come unica fonte di carbonio. Se durante la fioritura o nel periodo immediatamente successivo viene lesionato lo strato della cuticola al momento ancora sottile, le cellule epidermiche sottostanti prive di protezione verranno esposte all'ossidazione ed ai vari fattori nocivi esterni. Lo stato ipodermico, posto sotto l'epidermide, sarà pertanto stimolato a produrre una nuova barriera protettiva, il cosiddetto periderma. Durante la maturazione dei giovani frutti le aree del periderma, dapprima piccole ed isolate, si fonderanno a formare delle ampie zone suberificate che all'osservazione si faranno notare come aree rugginose (Foto 6).

L'aumento del fenomeno della rugginosità nel 2008 potrebbe essere dovuto al clima costantemente fresco e umido nel corso della fioritura e durante le settimane immediatamente successive. Al permanere di condizioni meteorologiche avverse, è noto che pressoché tutti i trattamenti fitoiatrici, soprattutto se applicati in forma di emulsioni concentrate, così come i trattamenti per il diradamento (per esempio l'acido naftilacetico) ed il lento asciugarsi delle acque di trattamento, sono in grado di favorire la comparsa di rugginosità. Se si considera inoltre la composizione microbiologica presente sul frutto e il tipo di rugginosità nei campioni del 2008, allora si potrà ritenere plausibile anche una componente biotica come causa di rugginosità. Le piogge prolungate nel corso di tutta la fioritura e post-fioritura, i vari trattamenti fogliari con concimi azotati (fosfato d'ammonio, urea) e con dei biostimolatori (acidi umici ecc.) potrebbero avere favorito le popolazioni di lieviti ad azione rugginosa oltre che Tilletiopsis sp. ("patina bianca") e A. pullulans.

Al momento attuale sono ancora poche le conoscenze circa l'evoluzione della rugginosità e della "patina bianca" nella fase di post-raccolta. Sono in corso delle apposite prove sperimentali presso il Centro per la Sperimentazione di Laimburg per studiare gli effetti che hanno i vari parametri di conservazione sull'evoluzione della "patina bianca" e della rugginosità, come anche per altre alterazioni di natura epifitica quali la "fumaggine".

Danni da batteriosi in frutti di ciliegio dolce (Prunus avium)

Verso la metà di luglio campioni di ciliegie della varietà "Regina" e "Kordia" furono consegnati al laboratorio per appurare le cause che avevano portato alla formazione di numerose macule necrotiche (fruit spotting) nei frutti di ciliegio in fase di maturazione. I primi campioni erano del Trentino ed in seguito furono consegnati anche altri campioni provenienti dalle zone ceresicole dell'Alto Adige. Le maculature necrotiche sui frutti erano di dimensioni variabili, per lo più rotondeggianti e più numerose nella parte bassa dei frutti (Foto 7). Le macule avevano un'area centrale di colore scuro, erano leggermente infossate con la polpa più chiara e spugnosa a livello del sottobuccia alterato. All'esame microscopico si poteva osservare la cospicua presenza di cellule batteriche, mobili, che trasudavano in modo copioso dal tessuto alterato. Danni causati da batteri nelle drupacee sono ascrivibili alle specie Xanthomonas arboricola pv. pruni, Pseudomonas syringae pv. syringae e Pseudomonas syringae pv. morsprunorum, quest'ultima è forma specializzata per le drupacee. I batteri sono stati isolati dalle maculature e identificati con i saggi microbiologici. Tutti gli isolati batterici presentavano le medesime caratteristiche: Gram e Ossidasi-negativi, fluorescenti su King's B medium, colonie "levan" sul Nutrient Sucrose Agar, metabolizzano il glucosio in modo ossidativo; il saggio è negativo per l'arginina deidrolasi, il marciume della patata, l'idrolisi dell'amido, la lipolisi del Tween 80, la riduzione dei nitrati e il test dell'ureasi. Per contro risultava positivo il saggio d'ipersensibilità sul fagiolino (Phaseolus vulgaris var. nanus), la catalasi, l'idrolisi della gelatina e dell'esculina. Coltivati in 5%-Sucrose Nurtient Broth, gli isolati producevano un intorbidamento di colore giallo. Le colture batteriche sono state reisolate con successo dopo l'incubazione di 8 giorni su Nutrient Sucrose Agar (positivo il saggio di vitalità). Il risultato dei saggi biochimici fanno ritenere i batteri isolati come appartenenti alla specie Pseudomonas syringae pv. syringae van Hall. Il Pseudomonas syringae pathovar morsprunorum che è forma specializzata delle drupacee si distingue dalla pathovar syringae, in quanto è causa di un intorbidamento di colore biancastro (e non giallo) se coltivato nel 5%-Sucrose Nutrient Broth e non viene reisolato dopo 6 giorni di permanenza sul Nutrient Sucrose Agar per la perdita di vitalità delle cellule e in ultimo, P.s. pv. morsprunorum non è in grado di idrolizzare l'esculina (Vicente & Roberts, 2006).

Pseudomonas syringae pv. syringae è causa nelle drupacee del cancro alla corteccia (bacterial canker). In situazioni climatiche particolarmente favorevoli al patogeno, si possono avere anche dei danni alle foglie ed ai frutti durante il periodo vegetativo. Nei ciliegeti di cui sopra, colpiti dal sintomo della maculatura necrotica, non si sono osservati danni alla corteccia o alle foglie delle piante riconducibili ad una batteriosi. Pseudomonas syringae pv. syringae è notoriamente in grado di colonizzare molte specie vegetali, senza peraltro causare necessariamente dei danni. Non è al momento chiaro il meccanismo che regola la la comparsa della virulenza di questo batterio. Nei casi del 2008 è probabile che siano state le avverse condizioni climatiche durante il mese di giugno una delle possibili cause che ha portato alla batteriosi. Nel mese di giugno, infatti, la temperatura giornaliera è stata, in Alto Adige come anche nel confinante Trentino, molto sopra le medie stagionali pluriennali. Il mese di giugno è stato inoltre anche eccezionalmente piovoso: nella prima metà del mese non c'è stato giorno senza pioggia e nella seconda metà del mese ci sono stati diversi temporali anche di grande intensità. Benché la moderna cerasicoltura adotti in Alto Adige la copertura del lungofilare con il telo di nylon, in seguito ad un forte temporale permane a lungo un alto grado d'umidità sotto il telo protettivo. Indipendentemente dalla provenienza delle cellule batteriche che trasportate dalle forti piogge e dalle folate di vento, sono state in grado di colonizzare la superficie dei frutti giunti ormai alla fase di piena maturazione. La prolungata bagnatura delle ciliege ha evidentemente reso possibile l'infezione da parte dei batteri. All'epoca della raccolta oltre alle maculature causate dall'infezione batterica si sono aggiunti sui frutti anche vari altri agenti di marciume, soprattutto i funghi della specie Cladosporium carpophilum ed Coryneum beijerinckii. Il danno registrato in un ciliegeto dell'Alto Adige era stato in un caso così grave, che l'intera produzione ha dovuto essere consegnata alla trasformazione industriale.

Analisi fitopatologiche nell'anno 2007

Autore: Dr. Luis Lindner

Al laboratorio di virologia e diagnostica del Centro per la Sperimentazione agraria e forestale di Laimburg sono stati consegnati, nel 2007, 435 campioni per l'analisi diagnostica fitosanitaria. Al termine d'ogni indagine è stato compilato e consegnato al committente il referto diagnostico. Per sospetta infezione da colpo di fuoco batterico l'analisi confermativa ha interessato 257 campioni di piante ospiti, prelevati ufficialmente dal Servizio fitosanitario della provincia di Bolzano, e 22 campioni provenienti da fuori provincia. I restanti 156 campioni erano di pomacee, drupacee, vite, piante ornamentali e ortive. Alcune delle indagini di maggior interesse svolte nell'anno di riferimento verranno qui di seguito brevemente esposte.

Il colpo di fuoco batterico nell'anno 2007

L'Alto Adige è stato caratterizzato nel 2007 da un numero particolarmente elevato di casi d'infezione da colpo di fuoco batterico, avvenuti in frutteti a coltivazione intensiva e in pomacee isolate, in coltura estensiva (Tab. 1). Se in passato la malattia ha fatto la comparsa in aree geografiche ben delimitate, nell'anno di riferimento ha interessato pressoché tutte le aree frutticole della provincia di Bolzano. Fortunatamente la batteriosi ha interessato solo poche piante alla volta; ciò nonostante, sul finire della stagione i casi accertati sono stati ben 163. A causa della gravità dell'attacco è stato necessario estirpare e distruggere quasi 6.000 piante. Nel melo si sono registrati 126 casi per infezioni avvenute in impianti situati per lo più tra i 600 e 900 m sul livello del mare. In 89 casi (= 79 %) ad essere colpiti sono stati i frutteti al primo anno d'impianto. Infatti i frutteti appena messi a dimora sono particolarmente esposti ai rischi d'infezione fiorale, dal momento che fioriscono in modo ritardato e differito. Relativamente numerosi sono stati i casi d'infezione (31) in piante di pero e melo pluriennali posti in zone isolate a coltura estensiva, soprattutto della Val d'Isarco e Val Pusteria. Tre casi infine si sono verificati nel cotogno e tre nelle ornamentali.

Il primo campione dell'anno positivo per Erwinia amylovora è stato consegnato in laboratorio il 23 di maggio. Il campione è stato prelevato in un nuovo impianto di Golden Delicious nel comune di Naturno, località Tablà, in Val Venosta. Nei giorni successivi altri campioni positivi alla batteriosi sono stati prelevati nei comuni limitrofi e nelle zone vicine al primo focolaio, ovvero a Plaus, Saltusio (comune di Rifiano), Rablà (comune di Parcines), Verdins (Schenna) e Foiana (comune di Lana). Nello stesso mese di maggio è stato scoperto per la prima volta anche un nuovo focolaio a Teodone, una frazione del comune di Brunico in Val Pusteria. Nel corso delle indagini sui primi campioni è stato possibile osservare come fortunatamente le infezioni erano ancora in una fase iniziale. Per tutto il mese d'aprile il rischio d'infezione fiorale si è mantenuto alto a causa dell'andamento climatico particolarmente mite, ma per mancanza di precipitazioni non c'è stata infezione.  Si è verificata però la diffusione del batterio sulle fioriture ritardatarie tramite gli insetti impollinatori. Verso la metà di maggio sono sopraggiunte le piogge che, assieme ad un sufficiente grado d'umidità da rugiada, hanno permesso l'innesco dell'infezione, principalmente in piante fiorenti messe a dimora nel corso della primavera inoltrata (anche in sostituzione di quelle colpite dagli scopazzi), oltre che in piante situate in altitudine.

Nel mese di giugno si è avuto il maggior numero di campioni (156) consegnati in laboratorio, per i quali è stato possibile confermare la presenza di Erwinia amylovora in 64 campioni di melo ed in 8 campioni di pero. Si vuole precisare che solo per i casi dubbi, il Servizio fitosanitario dava luogo ad un campionamento. In questi campioni si è potuto rilevare il punto d'entrata dell'agente infettivo, costituito sempre dall'infiorescenza. L'infezione è andata poi progredendo interessando i frutticini adiacenti all'infiorescenza e in seguito il ramo e le altre parti della pianta (Foto 1). In alcuni casi si sono evidenziate aree colpite da necrosi a livello della corteccia dei rami distali, con presenza di essudato (Foto 2). In altri casi la malattia si è manifestata con il disseccamento delle cacciate di un anno.

Nel mese di luglio sono stati analizzati 35 campioni. La diagnosi per Erwinia amylovora è stata positiva in 12 campioni di melo, uno di pero ed uno di cotognastro. I casi d'infezione trovati nei frutteti a coltivazione intensiva si sono così ridotti, mentre sono aumentati  i casi in Val Pusteria, a seguito soprattutto di un attento controllo fatto a tappeto da parte del Servizio fitosanitario provinciale. I sintomi a stagione inoltrata apparivano così evidenti, che di rado si rendeva necessario il campionamento per un'analisi confermativa.

Nei mesi d'agosto e di settembre sono stati consegnati 46 campioni. 8 campioni di melo, 11 di pero ed uno di biancospino sono risultati positivi alla presenza di Erwinia amylovora. Tutti questi campioni sono stati prelevati da piante sparse in coltura estensiva situate in Val Pusteria.

Indagini sui marciumi delle mele

Durante l'apertura delle celle di conservazione sono stati spesso notati danni da ustione solare sulle mele del raccolto 2006. Più volte sul tessuto alterato si sono inoltre insediati i patogeni da ferita (soprattutto del tipo Alternaria sp. e Fusarium sp.) causando marciume. Su mele "Cripps Pink" il problema era rappresentato dalla presenza della fumaggine, soprattutto in partite raccolte nella zona di Terlano, Vilpiano (anche nelle varietà Fuji e Braeburn) e Laives. Il danno ha avuto un'incidenza dal 3 al 15 %, con una media del 6 % circa. Il sintomo della fumaggine era marcato soprattutto in prossimità della fossa picciolare e calicina. I frutti colpiti da fumaggine non sono rilevati dalla macchina cernitrice e pertanto si rende necessaria una cernita manuale, con conseguente aumento dei costi di magazzinaggio. Il danno da fumaggine è stato particolarmente alto per le mele raccolte tra il 27 ottobre ed il 5 novembre, corrispondente alla 2. e 3. raccolta dei frutti.

Durante la stagione vegetativa, dalla fine di giugno in poi, si è osservato sulle mele un danno di tipo "lenticellosi", in particolare sulla cv. Braeburn e Golden Delicious. Il danno in questi casi era dovuto ad un'infezione da parte di batteri della specie Pseudomonas syringae pv. syringae o P. syringae pv. papulans. Nella cv. Red Delicious si sono avuti alcuni casi di marciume nella fossa calicina, con la presenza del fungo Fusarium sp. spesso associato ad altri agenti da ferita sempre di tipo fungino. Questi funghi sono generalmente considerati degli organismi ad attitudine opportunistica in grado di colonizzare dei tessuti lesionati o in via di disseccamento. Nel caso in questione, le foglie carpellari sono rimaste a lungo aderenti ai frutticini, probabilmente in seguito al particolare andamento climatico. Stabilitisi nell'area calicina, questi opportunisti sono poi penetrati nella cavità stilare causando il marciume (Foto 3). Sempre in zona carpellare sono stati osservati anche danni sull'epidermide della mela, per la comparsa di piccole tacche di colore bruno o nerastro spesso circondate da un alone rosso. Qui non erano presenti agenti microbici quali possibili responsabili del danno. Questo fenomeno è molto simile alla butteratura amara ("bitter pit") e si è verificato soprattutto nelle cv. Gala, Red Chief e Fuji. Potrebbe essere stato causato dall'andamento climatico particolarmente mite del 2007.

Alcune deformazioni del tutto particolari in frutti ancora in pianta, come peraltro già si era verificato nell'anno precedente, si sono manifestati nella varietà Red Delicious a partire dal mese di giugno nella zona frutticola del Burgraviato (Foto 4). Il quadro sintomatico mostrava una profonda infossatura che andava ad attraversare tutta la lunghezza del frutto, dalla fossa picciolare alla fossa calicina. Spesso il frutto si spaccava in due metà con conseguente messa a nudo del mesocarpo, facile preda così alla colonizzazione da parte di svariati funghi e lieviti. La probabile causa del danno è da ricercarsi in una non corretta applicazione del prodotto fitoiatrico "Carbaril", impiegato in frutticoltura come diradante.

Indagine su Tilletiopsis sp., l'agente causale della "patina bianca" nelle mele

Le nostre precedenti indagini hanno dimostrato che nella mela il sintomo della "patina bianca" (PB) è causato da funghi microscopici appartenenti al genere basidiomicetico Tilletiopsis DERX (Ustilaginomycetes, Exobasidiomycetidae). In determinate condizioni questi funghi colonizzano massicciamente l'epidermide del frutto formando un micelio a struttura ramificata, molto compatta e stratificata, di colore chiaro, tenacemente aderente alla cuticola. Il sintomo può essere così evidente da causare il deprezzamento del raccolto e la conseguente perdita economica per il frutticoltore. Alcuni isolati di Tilletiopsis ottenuti nel 2006 da campioni di mele affette da PB, sono stati identificati con l'analisi biomolecolare mediante il sequenziamento del DNA. In particolare, l'agente della PB nella mela cv. Golden Delicious è stato identificato come Tilletiopsis pallescens. Due isolati da mela cv. Braeburn sono stati entrambi identificati come Tilletiopsis sp. F-TB2005, mentre da mela cv. Topaz, proveniente da un frutteto a conduzione biologica, l'isolato è stato identificato come Tilletiopsis "species nova", ovvero una specie che non ha trovato alcuna corrispondenza con le sequenze depositate nella banca dati.

Nel corso del 2007 inoltre, sono stati fatti studi per accrescere le informazioni in merito alla biologia del fungo e si sono sperimentati alcuni mezzi di lotta per impedire l'insorgenza della PB sulle mele. In condizioni d'ambiente saturo d'umidità il genere Tilletiopsis ha notoriamente la capacità di scagliare a distanza i propri ballistoconidi, ovvero gli elementi di riproduzione inseriti su particolari strutture chiamate sterigmi. Questa caratteristica che è tipica degli Exobasidiomycetidae, è stata da noi sfruttata per ottenere nuovi isolati di Tilletiopsis. Con il metodo "captaspore" ("spore-fall method") è stato catturato l'agente della PB dalla superficie dei frutti, dalle foglie e dalla corteccia dei rami. Il metodo consiste nell'escissione di piccole rondelle di tessuto epidermico mediante apposito succhiello, e successiva collocazione sul lato interno del coperchio della piastra Petri, tenuta in posizione rovesciata, contenente il terreno nutritivo agarizzato (PDA-pH7). Le piastre chiuse con del Parafilm sono state incubate a 26 °C al buio. E' assolutamente necessario che in piastra vi sia un alto grado d'umidità, affinché vi sia la liberazione dei ballistoconidi, i quali provenienti dagli espianti andranno a fissarsi sul terreno nutritivo sovrastante dove germinando, formeranno una colonia. Nel corso degli isolamenti abbiamo notato come le colonie di Tilletiopsis che si andavano formando in piastra erano tutte di tipo lievitiforme. Invece nei nostri precedenti isolamenti fatti con il metodo del "maceration-diluition plating method", le colonie che si andavano formando erano di tipo miceliare. A causa di questo dimorfismo, il genere Tilletiopsis DERX è stato classificato nella fase lievitiforme come appartenente agli Blastomycetes, Sporobolomycetales, Sporobolomycetaceae.

Durante la stagione vegetativa sono stati fatti diversi isolamenti di Tilletiopsis da campioni di frutti, foglie e rami in un frutteto a coltivazione biologica della cv. Topaz, nonostante l'assenza del sintomo di PB. Gli isolati di Tilletiopsis in coltura pura sono stati raggruppati in base alle caratteristiche morfologiche della colonia e sono stati consegnati al laboratorio di biologia molecolare per l'identificazione e la classificazione tassonomica. Questa attività è al momento ancora in corso.

Nel frutteto biologico sono stati fatti dei trattamenti alle mele Topaz con cadenza settimanale, a partire dal mese di luglio fino all'epoca della raccolta, con un prodotto a base di rame (Kocide 2000). Un'altra parte del frutteto è stata invece trattata con il Polisolfuro di calcio. Dai risultati avuti si è visto che il trattamento con il prodotto rameico ha portato ad una netta diminuzione nella frequenza di Tilletiopsis nella fillosfera delle piante trattate, mentre non altrettanto efficace si è dimostrato il trattamento con il Polisolfuro di calcio (Foto 5). Ad ogni modo, all'epoca della raccolta non è stato possibile rilevare, se non sporadicamente, il sintomo di PB sui frutti, sia in parcelle trattate con i prodotti antifungini che nel frutteto non trattato. Rimane pertanto ancora da scoprire il fattore decisivo per l'espressione del sintomo della "patina bianca" sulle mele.

Indagine sui danni corticali nel melo

Nel corso della primavera 2007 è stato consegnato un notevole numero di campioni di melo con sintomi di alterazioni necrotiche a livello dei tessuti corticali. Nei rami di un anno delle cv. Gala e Red Delicious si è osservato un'alterazione molto simile alla butteratura corticale ("blister bark"), oltre che sintomi di sfogliatura o festonatura alla corteccia ("papery bark"). Molto spesso queste alterazioni erano caratterizzate dall'appassimento e dal disseccamento distale dei rami. Mediante l'analisi fitopatologica non è stato possibile isolare in tutti questi casi gli agenti microrganici fitopatogeni, né di tipo batterico né fungino, quali possibili responsabili dei danni in questione.

In campioni di rami e fusti pluriennali invece, il sintomo consisteva in un'alterazione molto simile alla desquamazione corticale detta "scaly bark" (Foto 6). Anche per questi casi si poteva escludere la causa di origine infettiva, come anche la presenza di malattie virali o virus-simili. Per nostra esperienza questi danni di norma compaiono solo in certe annate ed in presenza di particolari situazioni climatiche sfavorevoli. Inoltre questi danni, generalmente non si ripresentano sulle medesime piante negli anni seguenti. Anche danni per carenza di boro o eccessi di manganese sono stati esclusi sulla base delle analisi agrochimiche effettuate.

Si può supporre, per le prime due alterazioni sopra menzionate, l'origine abiotica legata alle sfavorevoli condizioni climatiche che hanno caratterizzato i mesi invernali e primaverili del 2006-2007. L'autunno del 2006 e l'inverno 2006-2007 sono stati oltremodo caldi e secchi. Le temperature sono state costantemente sopra le medie stagionali e a gennaio in molte zone si sono registrati valori di caldo record. Il mese di febbraio è stato addirittura il più caldo in assoluto finora registrato. La primavera 2007 è iniziata con temperature troppo miti per la stagione ed il mese d'aprile è risultato il più caldo di sempre, anche con livelli di precipitazione molto al di sotto delle medie stagionali. Il mese di maggio è stato caldo con temperature quasi estive, ma verso la metà del mese si è verificato un repentino ritorno del freddo seguito da alternanza di periodi caldi e freddi. La temperatura mite dei mesi invernali e primaverili ha senza dubbio causato il riscaldamento anticipato del suolo e questo ha indotto le radici all'attivazione del trasporto dell'acqua verso le parti aeree della pianta (pressione radicale). Dal momento che la massa fogliare era ancora ridotta o addirittura assente, la forte pressione dell'acqua che si è venuta a creare nel parenchima corticale non ha potuto evadere, per esempio, con la traspirazione o la guttazione. Come conseguenza si è sviluppato un edema con la rottura delle cellule nel parenchima corticale. Nei rami di un anno ha avuto così origine il danno da butteratura e la sfogliatura per il distacco dello strato suberoso più esterno dalla corteccia primaria. Sintomi di blister bark e papery bark sono stati osservati anche nelle cv. Fuji e Golden Delicious.

Come già accennato, numerosi sono stati anche i casi di desquamazione corticale ("scaly bark") in grossi rami e nel tronco, soprattutto nelle cv. Mairac, Rosy Glow, Gala e Braeburn. E' molto probabile che la causa sia ancora una fisiopatia, benché una spiegazione plausibile del fenomeno sia ancora da trovare. Si può supporre che anche questa sintomatologia sia legata all'andamento climatico oltremodo secco occorso durante la passata stagione invernale.

Danni alla corteccia d'origine infettiva, per lo più a livello del punto d'innesto, si sono verificati come del resto da anni ormai, nel corso della passata stagione vegetativa. Nei campioni presi in esame nel 2007 sono stati frequentemente isolati i due principali agenti del cancro della corteccia in Alto Adige, ovvero Phomopsis mali e Sphaeropsis malorum (# Diplodia malorum).  Entrambi i miceti hanno di norma un basso grado d'infettività; si suppone che abbiano potuto insediarsi nel tessuto corticale alterato già in precedenza a causa delle gelate invernali o in seguito a stress idrico. Nei casi esaminati hanno pertanto rivestito un ruolo meramente secondario come parassiti di debolezza

Indagini fitopatologiche nell'anno 2006

Autore: Dr. Luis Lindner

Nell'anno di riferimento il laboratorio di microbiologia e virologia presso il Centro per la Sperimentazione agraria e forestale di Laimburg ha esaminato 200 campioni, costituiti da piante e frutti affetti da alterazioni microrganiche, compilando a fine esame il relativo referto diagnostico. 49 campioni presentavano sintomi di colpo di fuoco batterico; i restanti campioni provenivano da pomacee, drupacee, piante orticole, ornamentali e vite. Qui di seguito un breve resoconto di alcune indagini tra le più rilevanti fatte nel corso dell'anno.

Il colpo di fuoco batterico nel 2006

Il colpo di fuoco batterico rilevato per la prima volta nel 2005 in località fino allora ritenute indenni dalla malattia, ha avuto purtroppo delle conseguenze. Nei comprensori geografici di Terento e San Lorenzo di Sebato, in Val Pusteria, non lontani dai comuni di Bressanone e di Naz-Sciaves fortemente colpiti dalla batteriosi l'anno prima, si sono rilevati per la prima volta dei casi d'infezione in piante di pero molto vecchie e a grande chioma (Fig. 1). Questi peri si erano infettati probabilmente già nell'anno precedente, passando inosservati ai controlli visivi. Nella tarda estate a Naz-Sciaves/Rasa si è dovuto anche estirpare un intero frutteto a Golden Delicious nel primo anno d'impianto a causa del forte attacco subito. Altri casi d'infezione sono stati rilevati nei comprensori di Verano e Meltina in piante di pero anch'esse molto vecchie situate a 1200 m sul livello del mare. Anche nel prospiciente fondovalle della Val d'Adige, nel comune di Gargazzone, in un'area a frutticoltura intensiva è stato rilevato un caso d'infezione in un'unica pianta di melo cv. Granny Smith. Questo comune era ritenuto fino ad allora indenne dal colpo di fuoco batterico e l'infezione aveva colpito sorprendentemente un'unica pianta. Altri casi furono rilevati in Val Venosta nei comprensori geografici di Lasa/Cengles e Laces. Furono colpite unicamente piante della cv. Pinova, una varietà che alle nostre condizioni climatiche e sistemi d'impianto si è rivelata essere molto ricettiva. A causa del forte attacco, si è dovuto distruggere un intero impianto in piena produzione. Alla fine della stagione vegetativa le piante estirpate e distrutte sono state in totale 1299 (Tab. 1).
Nel corso dell'anno, le indagini diagnostiche per sospetta infezione da colpo di fuoco iniziarono molto presto. In vari frutteti locati nel fondovalle alcune piante presentavano alla ripresa vegetativa una sospetta fuoriuscita di liquido dalle fessure corticali del portinnesto e dal sovrastante tronco. Si trattava di liquido linfatico che, probabilmente, fuoriusciva a causa del particolare andamento climatico primaverile. Il mese d'aprile era stato più caldo della norma favorendo il riscaldamento anticipato del suolo, che combinato ad un buon contenuto idrico determinava una forte pressione osmotica nei vasi linfatici della pianta. Ciò ha provocato oltre alla fuoriuscita di linfa, anche l'appassimento delle branche distali, la sfogliatura del tronco e ulcerazione corticale soprattutto nelle varietà di melo naturalmente soggette a questi fenomeni stagionali quali le cv. Gala e Red Delicious. In alcuni campioni dalla corteccia lesionata si è potuto isolare il batterio Pseudomonas syringae pv. syringae, presente solitamente in questi casi come parassita di debolezza.

I primi campioni effettivamente colpiti da Erwinia amylovora furono consegnati al laboratorio il 27 giugno. Si trattava di campioni prelevati da piante di pero d'età superiore a mezzo secolo, situati sull'altipiano di Verano e del Renon/Località Monte di Mezzo in coltura estensiva. In seguito, nei mesi di luglio e agosto fu rilevata la maggior parte delle piante sintomatiche risultate all'analisi effettivamente colpite dalla batteriosi. In totale furono consegnati 49 campioni, 23 dei quali positivi per Erwinia amylovora.

Marciumi in post-raccolta nella mela cv. Gala

All'apertura in primavera delle celle frigorifere per la commercializzazione delle mele 'Gala' del raccolto 2005, ed anche nel raccolto 2006 delle 'Gala' già poste in conservazione, si registrava un singolare tipo di marciume post-raccolta sui frutti. Il quadro sintomatico era rappresentato da aree marcescenti, di forma irregolare, spesso di discrete dimensioni, di colore bruno chiaro, contenenti delle aree di colore più scuro, quasi nero, localizzate per lo più sulle lenticelle (Fig. 2). Non si rilevava un punto di penetrazione o di ferita, ma l'epidermide colpita appariva spesso fessurata lasciando percolare del liquido. L'area marcescente arrivava in profondità, sempre di colore bruno chiaro e con discrete porzioni ben delimitate di polpa tendenti al colore nero (Fig. 3). Nell'area lesionata la buccia appariva rugosa e leggermente infossata e il marciume era di consistenza tenera e deliquescente. A seconda della provenienza delle partite il danno a volte era di notevole entità.

Gli isolamenti microbiologici operati sul tessuto marcescente hanno portato all'isolamento di colonie fungine ascrivibili alla specie fungina dematiacea Alternaria alternata. Isolamenti mirati su porzioni di marciume bruno-chiaro e su porzioni di marciume scuro-nerastro hanno dato origine su potato dextrose agar a delle colonie di A. alternata differenti per morfologia e colore (Fig. 4). Dai marciumi di colore chiaro s'isolavano delle colonie di "tipo A" (secondo Roberts) caratterizzate da un micelio denso e compatto, vellutato e di colore verde scuro, recante numerosissimi conidi che all'osservazione microscopica apparivano di colore verde chiaro brillante. Le colonie isolate dal marciume nero erano soprattutto di "tipo B", caratterizzate da micelio aereo e lanoso, di colore grigio-verdognolo, con il bordo colonia chiaro e con un ridotto numero di conidi che all'osservazione microscopica si mostravano di colore verde-oliva scuro e di dimensione minore rispetto al normale. I due tipi di colonia sono stati saggiati separatamente per la verifica della patogenicità. Alcune mele mature di Gala sono state ferite con un punteruolo e si è applicato sulla ferita i tondelli d'agar-micelio prelevati dal bordo di una colonia in attiva crescita. Solo le colonie di 'tipo B' si sono rivelate patogene, in grado di indurre marcescenza su ferita in sei giorni di camera umida e a temperatura ambiente. Verranno eseguite ulteriori prove per verificare se questi isolati fungini di A. alternata, capaci di indurre marciume, sono anche in grado di produrre la necrotossina ospite-specifica.

Alterazioni in post-raccolta indotte da A. alternaria sono note da tempo e compaiono spesso nelle mele conservate per lunghi periodi in ambiente AC-ULO. Si tratta di una specie fungina di norma solo debolmente patogena, in grado di causare danno in frutti già lesionati in fase di maturazione ad esempio, in seguito ad ustione solare, o durante la fase di raccolta in seguito a schiacciamenti o ferite. In tutti questi casi il marciume si presenta con delle tacche necrotiche più o meno ampie, generalmente scure e poco profonde, con il tessuto danneggiato che rimane compatto, più o meno disidratato, a volte suberificato (Fig. 5). Un ulteriore tipo di danno sempre originato da A. alternata è la cosiddetta "maculatura lenticellare", che si manifesta in genere nei frutti pendenti ma che può comparire anche tardivamente durante la conservazione. Si tratta di un particolare tipo di A. alternata capace di produrre un metabolita tossico (necrotossina) che causa una necrosi sull'epidermide in certe varietà di melo, come è stato dimostrato in un recente studio fatto presso il nostro Centro. L'alterazione si manifesta con delle macchie necrotiche circolari di pochi millimetri di diametro, di colore marrone-nerastro, centrate sulle lenticelle e con una piccola e circoscritta suberificazione nel sottobuccia (Fig. 6). Il marciume innanzi descritto nelle mele 'Gala' è, per contro, del tutto particolare, date le dimensioni del marciume e per il fatto che questo penetra anche in profondità. Saranno necessari altri studi per dare una risposta alle domande lasciate aperte da questo nuovo tipo d'alterazione di post-raccolta.

Al termine del periodo di conservazione delle mele prodotte nel 2005, si è spesso notato un danno da marciume indotto da A. alternata sull'epidermide già danneggiata dall'ustione solare. Il quadro sintomatico era in questi casi quello classico da A. alternata, qui nel ruolo di patogeno di debolezza: le tacche sono depresse, nere, con marciume secco che non penetra mai in profondità. La varietà maggiormente colpita fu ancora una volta la cv. Gala.

Indagine su marciumi post-raccolta d'origine parassitaria

Nel 2006 si sono avuti diversi casi d'alterazioni durante la conservazione delle mele dovute all'azione dannosa d'agenti fungini. La frequenza e l'intensità dei marciumi era in relazione all'andamento climatico durante il periodo della raccolta, alla copertura con anticrittogamico della buccia e alla carica d'inoculo degli agenti di marciume in campo e in magazzino. Le fonti d'inoculo dei funghi Phytophthora cactorum, Gloesosporium album (syn. Phlyctema vagabunda) e Monilia fructigena, i principali agenti di marciumi in post-raccolta, sono disseminate in campagna. Gli agenti fungini Penicillium expansum e Botrytis cinerea che causano principalmente il marciume della cavità peduncolare e della fossa calicina, sono per lo più confinati negli ambienti di lavorazione e conservazione della frutta, dove i residui marcescenti delle mele imbrattano gli imballaggi, le linee di lavorazione e gli ambienti di conservazione, producendo in quantità le spore fungine infettanti. Nell'anno di riferimento i danni maggiori in post-raccolta furono causati da Phytophthora cactorum e Gloeosporium album. Qui di seguito alcune considerazioni riguardo i due funghi.

Phytophthora cactorum: durante l'apertura delle celle in primavera, contenenti il raccolto del 2005 e perfino in qualche caso anche sul raccolto 2006, si rilevava in alcune partite di mele Gala del marciume indotto da P. cactorum. Anche altre varietà, come già negli anni passati, furono colpite da questo fungo in particolare le mele delle cv. Golden Delicious e Stark Delicious. Nel corso degli isolamenti da marciume dell'agente fungino sorsero nuovamente le stesse difficoltà come già nell'anno passato per via dell'impossibilità di far crescere Phytophtora cactorum nei comuni substrati nutritivi, soprattutto quando si trattava campioni conservati per lungo tempo in ambiente AC-ULO. In questi casi la diagnosi era fatta mediante l'indagine microscopica dal momento che il tipico micelio cenocitico del fungo, era sempre ben rilevabile nel tessuto marcescente del frutto. Rimane peraltro da chiarire la causa della non coltivabilità del fungo. Potrebbe trattarsi di perdita della capacità vegetativa dovuta ai processi di senescenza indotti dalla lunga permanenza del fungo alle basse temperature e in atmosfera modificata. Un fenomeno simile in alcuni batteri ("viable but non-culturable") è già stato descritto. Potrebbe anche trattarsi, come da noi ipotizzato l'anno precedente, di una particolare specie di Phytophthora. Da mele conservate in cella per breve tempo è stato peraltro facile isolare e coltivare in vitro la P. cactorum.

Questo micete è insensibile ai comuni fungicidi applicati a fine stagione per prevenire i marciumi in post-raccolta. Noto come agente del marciume al colletto in portinnesti particolarmente suscettibili quali MM106 e M 26, non rappresenta un problema nel tollerante portinnesto M9, ma non per questo il patogeno rimane assente dal terreno. Un prodotto anticrittogamico efficace contro questo fungo, l'alluminio fosetyl (Aliette), viene penalizzato dal lungo tempo di carenza (75 giorni) imposto per via del basso residuo ammesso sui frutti alla raccolta. L'unico modo per tenere entro limiti accettabili la carica d'inoculo presente nel frutteto è l'allontanamento dei frutti caduti in terra, in quanto rappresentano una possibile fonte d'inoculo. Dato che l'agente fungino può arrivare in magazzino veicolato dal terriccio rimasto attaccato ai cassoni, è buona norma evitare l'imbrattamento di questi, non lasciandoli per esempio per lungo tempo in campo soprattutto nei periodi piovosi. Marciumi da Phytophthora possono insorgere anche tardivamente, ovvero in fase di commercializzazione, lasciando nel consumatore uno sgradevole ricordo che lo porterà ad acquistare della frutta alternativa alla mela.

Gloeosporium album: noto agente del marciume lenticellare o "bollato" delle mele, il fungo colpisce in prevalenza la Golden Delicious, ma anche le mele Pinova non ne sono immuni. Il micete vive sulle piante come saprofita nelle ferite da potatura, nelle parti morte della corteccia e nei frutti marcescenti. In periodi favorevoli produce abbondanti fruttificazioni conidiche (acervuli), e le spore veicolate dalla pioggia raggiungono i frutti in pianta sui quali germinano e penetrano nella mela attraverso le lenticelle. Dopo un periodo di latenza, nel corso della conservazione a partire dal mese di gennaio si ha la formazione del tipico marciume. Non di rado il danno si manifesta sulla mela solo alla piena maturazione fisiologica, quindi durante la messa in vendita con i conseguenti identici effetti negativi sul consumatore come per la Phytophthora. Nel 2005, il mese di settembre era caratterizzato da frequenti piovaschi, con un ottobre ancora fresco e piovoso. Il periodo mite che seguì fu molto favorevole alla diffusione e all'insediamento sui frutti degli agenti di marciume. Nella primavera 2006 la comparsa del marciume lenticellare fu rilevata in diverse partite di Golden Delicious e di Pinova al termine del periodo di conservazione. Altri casi di marciume erano dovuti alla Monilia fructigena, prevalentemente su partite di mele Red Delicious.